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Guerra

Il ruolo dei contractor americani nella carneficina degli aiuti umanitari a Rafah

Questo articolo è reso liberamente disponibile ai lettori dall’ultimo numero di “InsideOsint”, la newsletter di InsideOver che al giornalismo tradizionale affianca la lente dell’open source intelligence. InsideOsint è pensata come uno strumento per convalidare, oltre ogni ragionevole dubbio, un’informazione o uno...

Questo articolo è reso liberamente disponibile ai lettori dall’ultimo numero di “InsideOsint”, la newsletter di InsideOver che al giornalismo tradizionale affianca la lente dell’open source intelligence. InsideOsint è pensata come uno strumento per convalidare, oltre ogni ragionevole dubbio, un’informazione o uno scenario.

Tra maggio e giugno 2025, la Striscia di Gaza è divenuta teatro di uno dei più controversi esperimenti politico-logistici della storia recente. Al centro del caso: la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’organizzazione supportata dagli Stati Uniti e da Israele, istituita con l’obiettivo di centralizzare e “proteggere” la distribuzione degli aiuti alla popolazione civile palestinese, che di fatto ha prodotto oltre 120 morti in soli 8 giorni dalla partenza del progetto. Sono diversi i video online in cui si vedono civili prima attendere per ore sotto il sole e tra le macerie per ricevere un sacco di farina, poi correre nella direzione opposta, infine cadere a terra crivellati di colpi.


Ma se la GHF è indipendente, con sede in Svizzera e aperta solo pochi mesi fa nel 2025, viene da chiedersi allora, come mai la pagina X della Gaza Humanitarian Foundation, aperta a novembre 2024, si dichiarava in diverse conversazione visionate da InsideOver “Operante in Inghilterra” e “che lotta per il nostro Paese l’Inghilterra”.

Il progetto, formalmente indipendente, è stato concepito con il supporto operativo della Boston Consulting Group (BCG), il cui ruolo è stato cruciale nella progettazione logistica dei centri di raccolta e smistamento degli aiuti.

Il modello ideato da BCG prevedeva pochi hub centralizzati e protetti da personale armato — contractor americani appartenenti a società come Safe Reach Solutions (SRS) e UG Solutions, spesso ex militari d’élite. Questo approccio ha finito per trasformare l’atto umanitario in una vera e propria operazione di controllo, sorveglianza e, in alcuni casi, di violenza. A fronte della fame estrema e delle condizioni di assedio, la popolazione civile è stata costretta a percorrere chilometri per raggiungere i centri GHF, solo per trovarsi davanti uomini armati e recinzioni, invece che operatori umanitari e distribuzione sicura. I mercenari hanno usato la violenza? Proviamo a rispondere utilizzando video e fotogrammi raccolti su diversi social media.

L’incidente più grave si è verificato il 27 maggio 2025 a Rafah, quando decine di civili sono stati colpiti da proiettili mentre si accalcavano per ricevere sacchi di farina e bottiglie d’acqua. Le forze israeliane hanno sostenuto che la folla era diventata “minacciosa”, ma numerosi testimoni oculari, medici e organizzazioni indipendenti negano la presenza di attacchi da parte dei civili. Secondo Reuters, gli spari sono partiti da posizioni controllate da contractor americani e forze israeliane.

Ricostruzione di InsideOver per l’attacco ai civili palestinesi di maggio 2025

Da diverse settimane si moltiplicano in rete accuse verso le compagnie militari private. Dal campo, sono diverse le testimoniaze di civili palestinesi che puntato il dito contro i mercenari.

Tra le prime testimonianze del 27 maggio 2025 figura un uomo che dice” Il fuoco è arrivato da ogni direzione. Tank, cecchini, elicotteri, soldati”.

Nel video si vedono centinaia di persone correre nel verso opposto rispetto alla fila degli aiuti umanitari. Si sentono diversi colpi in ripetizione. L’audio è pulito e i colpi, rispetto alla persona che registra, si sentono molto vicino. Secondo Israele, l’IDF non avrebbe partecipato direttamente alla consegna degli aiuti umanitari ma ha assunto un ruolo di “garante della sicurezza” costruendo un cordone attorno alla zona di distribuzione. Infatti, in diversi video si vedono solo contractor americani o comuqnue in divisa militare non idf al di là della recinzione che porta i civili al punto di distribuzione.


Sebbene InsideOver non può confermare che i colpi che si sentono in video siano effettivamente partiti da un’arma statunitense, ci sono altre testimonianze che ci evidenziano l’uso delle armi da parte dei Contractor. In particolare, oltre ad essere armati di enormi fucili automatici, i contractor americani sono armati anche di granate. Abbiamo individuato l’utilizzo di almeno 3 granate stordenti in un’occasione sempre nei pressi dei punti di distribuzione degli aiuti umanitari. Di seguito il frame estratto dal video. A questo link potete vedere il video originale. Inoltre, dopo un’attenta analisi dei singoli frame, possiamo confermare che nessuno dei civili palestinesi a ridosso della recinzione ha minacciato i contractor americani con armi.
Un contracto americano lancia almeno 3 granate stordenti su civili palestinesi

Una domanda poi su tutte può aiutare a comprendere il contesto: chi fornisce gli ordini ai contractors a Gaza? Se da un lato le aziende coinvolte tendono ad enfatizzare – in maniera discutibile – il lato umanitario come in questo post X pubblicato dalla Gaza Humanitarian Foundation, dall’altro lato, sul campo, è proprio l’IDF ad affermare che a Gaza i contractor americani sono gestiti direttamente da Israele. Di seguito il video. Sostenere quindi, che i contractor sono independenti e operano in maniera indipendente è sbagliato.

La militarizzazione dell’aiuto umanitario rappresenta uno degli aspetti più critici del progetto GHF. Secondo The Guardian, i palestinesi si sono trovati di fronte a una scelta disumana: “rischiare la vita per il cibo o morire di fame”. L’articolo evidenzia che il coinvolgimento della GHF ha peggiorato la situazione, trasformando ogni tentativo di aiuto in una potenziale operazione offensiva.

A inizio giugno la BCG dopo una forte pressione diplomatica e di sicuro rischio reputazionale ha sospeso il suo contratto con gli USA ed ha abbadonato il coordinamento della distribuzione di aiuti umanitari. Già in precedenza, il direttore esecutivo della GHF, Jake Wood, ex marine e figura chiave dell’organizzazione, si era dimesso pochi giorni dopo gli incidenti. Proprio lui aveva fatto intendere un uso delle armi nella distribuzione degli aiuti. Aveva dichiarato: “Non possiamo distribuire cibo con i fucili spianati e aspettarci gratitudine.”

La Boston Consulting Group, inizialmente orgogliosa del progetto, ha rimosso ogni riferimento alla GHF dal proprio sito istituzionale. Secondo una fonte interna, il ritiro della BCG è stato deciso per evitare gravi danni di immagine, viste le evidenze crescenti di violazioni del diritto umanitario.

Julia Emtseva nell’articoloPrivatizing Aid: The Gaza Humanitarian Foundation Affair” spiega che il coinvolgimento di contractor privati come SRS, l’esclusione di ONG locali, e la mancata supervisione delle Nazioni Unite, hanno creato un sistema opaco e pericoloso. I centri di distribuzione sono stati progettati come zone paramilitari, in cui il cittadino palestinese, già affamato e traumatizzato, si è trovato sotto il mirino di ex-soldati americani.

Ricostruzioni come questa sono ciò che fornisce un valore in più al nostro modo di raccontare il mondo. In un momento in cui la stampa internazionale non può accedere alla Striscia di Gaza, sondare i social media è un’operazione esenziale per costruire prove dei crimini di guerra di Israele. Supportaci anche tu, scegli di abbonarti subito ad Insideover. Ti lascio qui il link ai piani di abbonamento

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