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Gli abitanti di Isfahan, città dove hanno sede alcuni dei principali hub militari iraniani, non hanno avvertito nulla. Quelli di Teheran, la capitale, hanno capito di essere sotto attacco soltanto dai rumori della contraerea azionata sui cieli della città. Basta questo per comprendere come, a dispetto delle attese, l’azione israeliana contro l’Iran delle scorse ore è stata ben lontana dall’assumere i connotati previsti.

Non c’è stato cioè alcuno scenario paragonabile a quello libanese o, peggio ancora, a quello legato alla Striscia di Gaza. Per la prima volta dal 7 ottobre 2023, probabilmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ascoltato i “suggerimenti” di Washington. Ed è forse questa la principale novità emersa dopo le tre ore di attacco notturno.

Un attacco “telefonato”

L’attacco israeliano è stato “telefonato”, nel vero senso della parola. Su Axios, così come su diversi siti arabi, si è fatto riferimento nelle ultime ore a dei contatti indiretti tra israeliani e iraniani poco prima del raid. Qualcuno, dalla sede della Difesa di Tel Aviv, nella tarda serata di venerdì ha alzato la cornetta per trasmettere un messaggio urgente al ministero degli Esteri dei Paesi Bassi, da girare a sua volta alla controparte di Teheran. Nella comunicazione, secondo la ricostruzione di Axios, è stato inserito un esplicito avviso sull’imminenza dell’attacco.

La ricostruzione potrebbe essere smentita, per ovvi motivi politici, dalle parti interessate ma non contiene comunque nulla di inedito: spesso, quando due Paesi non hanno rapporti diplomatici, ricorrono a parti terze per scambiarsi messaggi. Non solo, ma la dinamica dei fatti dimostrerebbe che, tutto sommato, la comparsa di ordigni israeliani nel proprio spazio aereo per gli iraniani non ha rappresentato una sorpresa.

Il limitato numero di vittime, forse due ed entrambi soldati, la calma apparente a Teheran dopo l’attacco, suggerirebbero la presenza di un sottile dialogo a distanza volto a minimizzare i danni.

Il ruolo degli Usa

Come mai Israele avrebbe avvisato l’Iran? E perché lo Stato ebraico avrebbe attuato un attacco meno intenso di quanto preventivato? È qui che a entrare in gioco è il ruolo avuto dagli Stati Uniti nel nuovo round dello strano ping pong mediorientale. Washington da tempo non vede di buon occhio un’escalation diretta contro l’Iran, la Casa Bianca ha sempre mostrato esplicita preoccupazione soprattutto per le conseguenze in campo economico.

Al tempo stesso però, gli Usa non hanno voluto impedire all’alleato israeliano di astenersi da nuovi raid contro l’Iran. Specialmente dopo che, da parte del governo di Tel Aviv, è stata spiegata la necessità di attuare un’azione in risposta agli attacchi del primo ottobre. Agli attacchi cioè compiuti da Teheran in risposta all’uccisione di Hassan Nasrallah in Libano. Da qui, una sorta di compromesso in cui, in cambio del disco verde ai raid, Washington ha preteso un’azione più moderata da parte di Israele e in qualche modo pianificata anche con la stessa Difesa Usa.

Per convincere Netanyahu, la Casa Bianca ha dato ampie rassicurazioni in termini di protezione da eventuali nuovi contrattacchi iraniani. Non è un caso se, negli ultimi giorni, in Israele hanno fatto la loro comparsa i sistemi difensivi Thaad, inviati direttamente dagli Usa. Tel Aviv ha quindi potuto colpire e adesso, in questo lungo tira e molla tra le parti, non resta da vedere se Teheran vorrà rilanciare o meno. La palla, in poche parole, è tornata nelle mani degli ayatollah.

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