La debolezza della valuta russa rischia di essere interpretata come l’ennesimo segnale delle difficoltà economiche del Cremlino. Siamo all’ennesima puntata della “Russia sta implodendo”, quando in realtà è il segno che il Cremlino si sta, semmai, adattando alla situazione. E l’Occidente rischia di prendere un abbaglio. Mercoledì il rublo ha toccato contro il dollaro il suo livello più basso in oltre due anni, colpito da prezzi bassi del petrolio, nuove sanzioni cosiddette “secondarie” contro aziende russe e dalla spesa crescente del Governo per lo sforzo bellico. La Banca centrale ha sospeso gli acquisti di valuta per il resto dell’anno, cercando di contenere l’inflazione, che ufficialmente è all’8,5%, ma potrebbe essere molto più alta secondo indagini private. Secondo esperti, è frutto della punizione delle grandi banche che fanno affari con la Russia. Ma questo significa che le sanzioni stanno funzionando?
Probabilmente no. Ogni tanto spunta un trend su X che ci dice che l’economia russa sta collassando. E ci dimentichiamo che abbiamo già affrontato questo argomento tre mesi fa. E sei mesi prima. Da quasi tre anni. Usando gli stessi indicatori: l’inflazione, la mancanza di manodopera, l’economia «surriscaldata», l’andamento del rublo, qualche rivolta in Abkhazia e così via. Se è vero che la donna più potente della Russia, Elvira Nabiullina, la tecnocrate a capo della Banca centrale, capace di fare l’impossibile negli scorsi due anni, adesso non sembra capace di fermare la svalutazione del rublo, poiché i ricavi in valuta estera sono stati interrotti, questo non vuol dire che si stia raggiungendo l’obiettivo principale delle sanzioni: danneggiare economicamente la Russia così tanto da convincere Putin a mettere fine alla guerra in Ucraina.
Sì, l’economia russa è probabilmente più fragile di quanto dicano i dati ufficiali, sta peggiorando sotto vari profili, e l’invasione ucraina potrebbe essere insostenibile sul lungo periodo. Ma sul lungo periodo l’Ucraina, così come la conosciamo ora, potrebbe essere in ginocchio prima. E le sanzioni potrebbero essere alleviate durante le future negoziazioni con Trump protagonista. Spiega il politologo Julian Waller, della George Washington University: “Se continuiamo a dire che la Russia è sull’orlo del collasso e poi non collassa mai, cosa dice questo sul modo in cui interpretiamo i dati economici negativi provenienti dalla Russia? L’inflazione è alta, ma è insostenibile? Il mercato del lavoro è rigido, ma come influisce sulla percezione economica delle persone?”.
“Gli effetti distributivi delle sanzioni e dell’economia di guerra hanno in realtà favorito i russi comuni”, scrive invece Esfandyar Batmanghelidj, fondatore e Ceo del think tank Bourse & Bazaar Foundation basandosi sul precedente iraniano: “Le aziende hanno dovuto competere per la forza lavoro, aumentando i salari. I decili di reddito più bassi hanno visto una forte crescita della loro quota di reddito”. La guerra ha avuto un effetto redistributivo, per i russi: i redditi reali (aggiustati per l’inflazione) in Russia sono cresciuti del 13%, a tassi senza precedenti dagli anni 2000. La quota dei salari sul reddito totale è salita dal 57% nel 2021 al 63% nella prima metà del 2024. E sebbene la distruzione di aziende a causa delle sanzioni comporti inevitabilmente dei costi in termini economici, in un regime autoritario risorse come forza lavoro, infrastrutture industriali e input produttivi possono essere riorganizzate, o reimpiegate per sostenere gli obiettivi militari del Paese.
Le domande importanti sono queste: la produzione industriale russa è crollata, o si è solo stabilizzata? Le catene di approvvigionamento con la Cina e con l’India sono interrotte? Prevediamo che lo saranno, a breve? E se gli Stati Uniti stanno incontrando così tante difficoltà a ottenere il sostegno dei Paesi asiatici come l’India e l’Indonesia per un regime di sanzioni contro un Paese (per loro) relativamente poco importante come la Russia, immaginate quanto sarebbe più difficile con i vicini della Cina qualora si tentasse di imporre un regime simile contro il colosso militare ed economico della regione.
Allora le sanzioni sono inutili? No, stanno limitando la produzione bellica russa, impedendo a Putin di espandere rapidamente la sua forza militare. La sua economia di guerra è stata costretta a rallentare. Questo è peraltro anche uno dei motivi per cui gli europei non credono all’ipotesi che il Cremlino, dopo l’Ucraina, possa giocare a fare la potenza imperialista con altri Paesi Nato. Ma purtroppo per l’Ucraina la guerra adesso è di attrito, e l’amministrazione Usa sta dietro le quinte chiedendo a Kyiv di mobilitare i diciottenni, ottenendo un secco no da quasi tutto il Parlamento ucraino. A che serve degradare ulteriormente la nostra base demografica, dicono i politici della Rada, se poi non ci date le armi che ci servono, e anzi state ormai raschiando il barile?
Le sanzioni “secondarie”, definite come un’arma formidabile dai soliti cheerleader degli Stati Uniti, lo scorso dicembre, in pieno hype atlantista, dovevano impedire che si arrivasse a questo. Per quasi tre anni la Russia era riuscita a resistere alla pressione delle primarie che dovevano indurre al collasso economico della Russia senza compromettere il mercato globale. Ma anche le secondarie, in un contesto in cui l’alleanza anti-Putin è sembrata più volte senza direzione, non sono riusciti a superare questo problema fondamentale. Poiché le transazioni di petrolio e gas non sono soggette a tali sanzioni: il patto euro-atlantico, anziché applicare la massima pressione, ha consentito alla Russia di continuare a esportare energia, usando complicate triangolazioni commerciali, garantendole un significativo surplus commerciale, mentre l’Ucraina subiva pesanti attacchi.
Si potrebbe concludere dicendo che tutti questi errori appena elencati sono in qualche modo inevitabili, a causa dell’essenza compromissoria del modello liberal-democratico nelle economie mature e del loro complicato reticolo di interessi. Con l’aumento del costo della vita post-COVID, probabilmente molti leader occidentali erano ben consapevoli della sensibilità dei propri elettori agli effetti collaterali della guerra. Hanno così giudicato politicamente azzardato isolare completamente la Russia dai mercati energetici globali, come accaduto con Iran e Venezuela.
Fatto sta che mettere le sanzioni al centro della politica di sostegno all’Ucraina, senza modificare il sistema industriale d’Occidente, ha penalizzato la resistenza a Putin. L’impegno di Russia e Corea del Nord a produrre munizioni è risultato infinitamente più importante, in termini relativi. Oggi si continua a guardare alle difficoltà del rublo come se fosse quello il terreno che renderebbe la Russia propensa alle negoziazioni, e non invece il consenso di cui gode Putin o l’indifferenza di Cina e India alle richieste di scaricare la Russia. Sì, un’analisi delle difficoltà russe va fatta comunque, indipendentemente da quanto peggio sia messa l’Ucraina. Con una regola, però: ci vuole molta, molta più cautela.