Dalla notte del 24 febbraio, inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Storia è tornata con irruenza nella senile e opulenta Europa, il continente-civiltà che per primo, al termine della Guerra fredda, aveva deciso di tagliare i ponti con il proprio passato e di sposare un percorso ritenuto ineluttabile per l’intera umanità: la Fine della storia.

L’Europa fu l’unica realtà geopolitica a voler accomiatarsi dalla storia, nel tentativo di costruire una nuova era e di superare i traumi di un passato scomodo, perché per il resto del mondo non fu così. Il resto del mondo continuò a vivere nella storia, respirandola e venendo plasmato da essa: colpi di stato, guerre civili, rivoluzioni, terrorismo, violenze interetniche, violenze interreligiose.

In Europa si è preferito, a lungo, pensare all’utopia antipolitica di un mondo regolato da mercati, finanza e conti economici. Ma quell’autoreclusione in una campana di vetro non sarebbe mai potuta durare a lungo: lo aveva preconizzato Benjamin Barber in quell’opera profetica rispondente al titolo di Guerra santa contro McMondo.

Gli stessi Stati Uniti, del resto, dalla storia non se ne erano mai andati. Non potevano. Non possono. Perché erano e sono l’Impero della Libertà che difende il mondo da ciò che essi ritengono sia tirannide. Erano e sono la Città sulla collina che vigila sulle nazioni, delle quali guida le greggi, perché questo era ed è il loro destino manifesto.

Inebriati dal momento unipolare, ulteriormente galvanizzati dall’ascesa dell’Idea neoconservatrice e all’inseguimento di una nuova età, il Nuovo secolo americano, gli Stati Uniti scelsero di rimanere nella storia, di continuare a farla, intervenendo ovunque intravedessero dei nuovi perigli per la Pax americana: Iraq e Iugoslavia negli anni Novanta, l’Eurafrasia negli anni Duemila della Guerra al terrore.

Ed è esattamente così, tra un cambio di regime e una rivoluzione colorata, tra una guerra per procura e una diretta, che gli Stati Uniti hanno inconsapevolmente gettato le fondamenta per la nascita di un nuovo confronto egemonico tra Terra e Mare, stavolta con due giganti in dormiveglia: Russia e Repubblica Popolare Cinese. Un confronto egemonico inevitabile per l’Europa, per questioni anzitutto geografiche, e che dal 24.2.22 ha riportato la guerra nel continente che abdicò alla Storia.

Il trauma del ritorno della storia

La Storia, sotto forma di carri armati, eserciti in guerra ed esodi biblici di profughi, è tornata in Europa. A essere onesti intellettualmente, oltre che obiettivi storicamente, la Storia non se n’era mai andata: era stata l’Europa, nell’irragionevole convinzione di poter creare una comunità impermeabile e utopica in un mondo interconnesso e distopico, a voltarle le spalle.

Perdono Francis Fukuyama Eric Hobsbawm e vince Giovanni Arrighi: il continente più post-storico per connotazione è quello meno incluso dalla prospettiva di “fine della storia” (Fukuyama) e piuttosto che essersi messa alle spalle il “secolo breve” del declino, tra il 1914 e il 1991, come preconizzato da Hobsbawm, l’Europa, assieme al resto del mondo vive in un lungo XX secolo come teorizzato da Arrighi.

Gli Stati Uniti avevano capito con gli attentati dell’11 settembre 2001 che la storia non li avrebbe mai abbandonati. L’Europa sembra essersi risvegliata dal torpore soltanto oggi, dopo aver osservato la Iugoslavia frantumarsi senza far nulla – in quanto paralizzata dal terrore e dall’orrore di nuovi sciovinismi e genocidi –, aver risposto al terrorismo islamista con gessetti colorati e altre amenità poststoriche e aver ignorato che in Ucraina, vena scoperta e dimenticata del continente, non ci sia stato un giorno senza morti dal 2014.

La guerra che ha costretto l’Europa a togliersi gli occhiali rosa, sostituendoli con delle più salutari lenti da vista, non è che il frutto, tra le varie cose, dello scontro tra modernità e postmodernità, tra realtà e illusione. È una guerra che ha tante origini quante ragioni, dove si confrontano due visioni del mondo contrapposte e inconciliabili, ovvero storia e poststoria, e che si sarebbe potuta evitare se non si fosse permesso agli ideologi di sostituire i diplomatici e agli automi di agire al posto degli autonomi.

Vladimir Putin non aveva torto quando, esplicando alla nazione i motivi del riconoscimento della statualità delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, aveva denunciato l’indifferenza, l’ipocrisia e il doppiopesismo dell’Occidente: tredicimila morti nel Donbass dal 2014 al 2021, cioè duemila l’anno, più o meno sette al giorno. Non semplici numeri: vite spezzate. Vite dall’importanza a geometria variabile: importanti per alcuni, irrilevanti per altri. A seconda dell’ideologia, certamente, ma anche della percezione emotiva viziata dal fattore geografico: importa se è vicino, non interessa se è lontano.

Se, oggi, la questione ucraina è divenuta improvvisamente una priorità per l’Europa e gli europei, dopo otto anni di apatica trascuratezza, è (anche) perché si è spostata dalle periferie e dai boschi della remota Novorossiya ai sobborghi di città conosciute e turistiche come Kiev e Odessa. Se la storia è tornata è (anche) perché non possiamo più ignorarla: ce lo impone l’aggravamento della guerra fredda 2.0, ce lo impone la geografia.

Un continente in un mare in tempesta

La pandemia di Covid-19 aveva già rappresentato una sorta di ultima chiamata per l’Europa. Parlando a inizio pandemia, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva sottolineato come per il continente abituato a essere “tempio delle idee” rassegnarsi a farsi travolgere dai marosi della storia riducendosi a debole tecnocrazia senza capacità di visione sarebbe stato un triste declino. Ciò vale sotto il profilo geopolitico e geostrategico per il grande dato che emerge dalla crisi ucraina, e cioè che un continente sempre più periferico per quanto concerne il potere decisionale sia ora più che mai centrale e strategico.

L’Europa è oggigiorno componente fondamentale dell’architettura strategica a guida americana e area di interesse delle strategie della Russia e della Cina. Penisola occidentale dell’Eurasia, è la porta degli oceani insistendo sull’Atlantico a Nord e Nord-Ovest e sul Mediterraneo allargato a Sud. Il suo mercato interno, il suo livello di benessere e il suo welfare sono i più avanzati del pianeta anche dopo un lungo decennio di crisi e stagnazione. Soprattutto, l’Europa ha oggi una valenza geopolitica accentuata dal fatto che il Vecchio Continente è il pivot geostrategico che deciderà se l’America sarà in futuro ancora impero o isola al centro del mondo a sé stante, se la Russia guarderà a Occidente o si getterà nelle braccia della Repubblica Popolare Cinese, se le grandi aggregazioni infrastrutturali (strade, ferrovie, reti energetiche e via dicendo) tracceranno un collegamento oltre i blocchi geostrategici.

Ogni ordine mondiale solido, e ogni ordine stabilito nei grandi spazi euroasiatici, necessita di un ordinatore legato all’Europa. E quello attuale, figlio del correttivo post-1989 al sistema di Jalta, è tramontato definitvamente con l’assalto russo all’Ucraina. Una mossa che può inserirsi con decisione nelle grandi cesure storiche dell’Europa: dal 1648, anno della pace di Westfalia, al biennio di disgregazione del comunismo sovietico (1989-1991) l’ordine europeo ha conosciuto fasi di assetamento tese a una graduale ricerca dell’ordine (dal Congresso di Vienna a Jalta) aventi l’obiettivo della stabilizzazione. Gli ultimi anni e l’ordine globale apolare hanno creato un caos su cui ora impatta lo shock dell’assalto russo all’Ucraina che riporta improvvisamente in auge il Novecento, richiama all’epoca del “suicidio” delle due guerre mondiali, fa sentire con forza la mancanza di un sistema di confronto e regolazione delle controversie, di un “concerto europeo” contemporaneo.

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