Dopo il via alla tregua, non è detto che inizi pure subito la pace. Anzi, la fase più calda della disputa tra Armena e Azerbaigian per il controllo dell’oramai ex repubblica autoproclamata dell’Artsakh deve ancora entrare nel vivo. Questo perché soltanto nelle prossime settimane potranno essere resi operativi gli accordi, mediati da Mosca, che prevedono delicate cessioni di territori. Quando a cambiare è la geografia di un luogo, tutto viene messo in discussione. Se poi il luogo in questione è il Caucaso, ben si intuisce la tensione a cui si andrà incontro già nei prossimi giorni.

Quei distretti che torneranno nelle mani di Baku

Non è tanto l’accordo voluto dal Cremlino ad essere intricato, quanto la situazione antecedente al 27 settembre, giorno in cui l’area è tornata a essere teatro di violenti combattimenti. La guerra del Nagorno Karabakh, che si trascina da quasi 30 anni, non ha per oggetto soltanto l’omonima regione. Quest’ultima è delimitata grossomodo dai confini dell’oblast di epoca sovietica, in cui la maggioranza della popolazione è storicamente stata armena e il cui territorio, con lo scioglimento dell’Urss, è caduto nel nuovo Stato azerbaigiano. Attorno al Nagorno ci sono altri distretti tradizionalmente azeri, veri e propri “cuscinetti” tra l’Armenia e l’ex oblast. Territori che nel 1994 sono stati conquistati dagli stessi armeni per avere continuità territoriale con Yerevan. Ed è proprio a questi distretti che il governo di Baku ha guardato maggiormente all’inizio del conflitto.

Per gli azerbaigiani avere fuori dal proprio controllo la regione circostante il Nagorno appariva come una profonda ferita. Ma non solo: sulla capitale e su molte altre città la perdita dei distretti confinanti con l’Armenia ha significato una non secondaria pressione migratoria di rifugiati evacuati 26 anni fa da questi territori. Prendere Hadrut, Fizuli, Lachin e soprattutto Shushi durante i quasi due mesi dell’ultima guerra, per Baku ha significato essere nella posizione di forza per chiedere la restituzione dei distretti finiti nelle mani dell’autoproclamata repubblica filo armena dell’Artsakh. E infatti, oltre al mantenimento dei territori guadagnati manu militari, l’Azerbaigian ha ottenuto la restituzione dei distretti attorno al Nagorno. Da qui all’inizio del prossimo anno, i soldati armeni dovranno progressivamente ritirarsi.

Il momento più delicato

Dal 1994 nel frattempo si erano stabiliti molti armeni anche nei distretti tradizionalmente azerbaigiani. Per la verità un conteggio e un vero censimento non sono mai stati fatti. Difficile dire com’era la situazione prima del 27 settembre. Se a Baku in tanti pregustano il ritorno a casa dopo 26 anni, a Yerevan si guarda con sospetto al possibile esodo di armeni che nel frattempo avevano fatto di questi territori la propria casa. Vecchi profughi che potrebbero rientrare da un lato, nuovi profughi rimasti senza nulla dall’altro. In mezzo, rivendicazioni e rivalse da ambo le parti. Ecco perché il momento più delicato è ancora alle porte e non appare superato. In diversi villaggi gli armeni hanno dato fuoco alle abitazioni prima di lasciarle: “Non vogliamo consegnarle in mano ai turchi”, è la frase più usata prima del nuovo esodo, così come riportato da La Stampa. 

Baku: “I cristiani potranno continuare a usare le chiese”

Mentre in Armenia si pianificano i rientri di migliaia di soldati dai dipartimenti ridati all’Azerbaigian, da Baku il governo prova a gettare acqua sul fuoco. Il presidente Aliyev ha parlato della possibilità delle comunità cristiane armene di rimanere e usare i propri luoghi di culto. E lo ha fatto non a caso parlando con il presidente russo Vladimir Putin. I due, si legge in un comunicato diffuso dal governo azerbaigiano, hanno discusso della situazione relativa alle comunità armene che vorranno rimanere nei distretti recuperati da Baku. In particolare, sarebbe stato lo stesso leader del Cremlino a chiedere garanzie per i cristiani che continueranno a vivere in questi territori.

Una discussione che fa seguito a un comunicato, diramato il 13 novembre, del ministero della Cultura azerbaigiano: “In quanto Paese multiculturale e multireligioso, l’Azerbaigian è sempre stato la patria di rappresentanti di tutte le nazioni e religioni, che hanno convissuto e lavorato insieme pacificamente per secoli – si legge nella nota – lo Stato mostra la dovuta attenzione verso la protezione, il restauro e la ricostruzione del proprio patrimonio culturale. La grande comunità cristiana nel nostro paese è parte integrante e attiva della nostra società, e i loro monumenti e luoghi di culto, le chiese, sono completamente protetti dallo stato azerbaigiano e vengono regolarmente restaurati”. Nel comunicato, è stato rivendicato il ruolo di Baku nel restauro di numerose chiese sia nel Paese caucasico che all’estero: “Il Ministero della Cultura della Repubblica dell’Azerbaigian – conclude la nota – sottolinea che insieme alle moschee e ad altri monumenti islamici nei territori liberati, anche l’eredità cristiana, indipendentemente dalla sua origine, sarà preservata, restaurata e messa in funzione al massimo livello”. Basterà per far intravedere almeno un po’ di pace nella regione?

 

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