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I Talebani avanzano in Afghanistan mentre le truppe statunitensi e Nato si ritirano. Ad oggi circa un terzo dei 421 distretti in cui si divide il paese è in mano ai talebani e molte altre sono le aree contese con le forze governative del presidente della Repubblica islamica Ashraf Ghani, circa il 42% del territorio secondo Al Jazeera. Le conquiste avvengono soprattutto nelle province del nord, zone strategiche perché lungo il confine con gli altri stati dell’Asia centrale e considerate, fino a non molti mesi fa, roccaforte degli americani e dei loro alleati.

Domenica scorsa le truppe dell’esercito regolare afghano hanno perso il controllo di decine di distretti. Nella provincia di Badakhshan, dove la resistenza ha tenuto testa ai talebani per vent’anni, alcuni rappresentanti locali hanno abbandonato le istituzioni e si sono rifugiati a Kabul mentre centinaia di membri delle forze di sicurezza sono scappati oltre il confine, in Tajikistan, per sfuggire ai talebani. Sono tanti anche i civili che decidono di rifugiarsi all’estero: circa 2,8 milioni di profughi e oltre 4 milioni di sfollati interni secondo le organizzazioni internazionali.

«L’avanzata sta procedendo anche più in fretta di quanto ci aspettavamo» ha detto un comandante della provincia di Ghazni a NBC News. Secondo il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, tanti territori vengono conquistati senza neanche combattere grazie al morale basso delle truppe dell’esercito afghano che si arrendono perché rimaste senza rifornimenti e la possibilità di chiedere rinforzi. Sebbene i talebani non siano ancora riusciti a prendere il controllo dei capoluoghi di provincia, sono vicini a molte città importanti, da Ghazni, a sud di Kabul, a Maymana, a nord-ovest, vicino al Turkmenistan.

La violenza in Afghanistan non è diminuita da quanto gli americani hanno annunciato il ritiro definitivo delle truppe dal paese. Dopo gli accordi di Doha nel 2020 tra Usa e i talebani e quelli di Kabul tra Stati Unti e governo afgano, promossi da Trump, il numero degli attentati è cresciuto. «Si sono ridotti gli attacchi di grossa portata ma sono aumentati gli assassinii, le aggressioni, gli assalti alle auto, ai rappresentanti del governo. D’inverno, di solito, i combattimenti si diradano ma quest’anno non è accaduto» ha dichiarato a InsideOver Marco Puntin, coordinatore dei progetti Emergency che da tre anni vive a Kabul. «Nel centro chirurgico per vittime di guerra della capitale arrivano in media 300 pazienti al mese, a Lashkar-gah più di 200, la maggior parte è per traumi dovuti ai conflitti». Secondo il report del New York Times a giugno 2021 ci sono stati 703 morti tra i soldati, il numero più alto da quando, a settembre 2018, la testata ha iniziato a stilare un rapporto mensile sulle vittime di guerra. 208 i civili deceduti.

«È tempo di concludere la guerra infinita» aveva detto il neopresidente americano Joe Biden a metà dello scorso aprile dalla stessa stanza della Casa Bianca in cui furono annunciati i primi attacchi aerei in Afghanistan. Con l’operazione Enduring Freedom, nell’ottobre del 2001, gli Stati Uniti e i loro alleati avevano invaso il paese con l’intenzione di sconfiggere al-Qaeda e di trovare il leader Osama Bin Laden, considerato il responsabile degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre (poi ucciso in Pakistan dalle forze speciali statunitensi nel 2011).

Vent’anni dopo gli attacchi aerei al World Trade Center per Biden si deve concludere la guerra più lunga della storia americana e terminare il ritiro degli ultimi 2.500 soldati statunitensi. Anche le truppe Nato seguono il coordinamento Usa. I militari italiani hanno lasciato definitivamente il paese alla fine di giugno. «Sebbene non rimarremo coinvolti militarmente in Afghanistan, il nostro lavoro diplomatico e umanitario continuerà, continueremo a sostenere il governo afghano» aveva dichiarato il presidente americano durante il suo discorso. Ma l’abbandono repentino di Bagram – la più grande base militare statunitense in Afghanistan – avvenuto una settimana fa secondo quanto riporta Associated Press, avrebbe colto di sorpresa anche il comandante afgano Mir Asadullah Kohistani, ed è letto come il simbolo della confusione in cui sta precipitando il paese.

Dopo vent’anni di conflitto in cui sono stati spesi 2.300 miliardi di dollari, ci sono state 3.600 vittime della coalizione internazionale e più di 70 mila civili uccisi, a preoccupare la società civile afghana e gli osservatori internazionali è il progressivo disfacimento delle conquiste democratiche che almeno in parte sono state raggiunte, e che potrebbe avvenire qualora l’Afghanistan torni sotto il controllo dei Talebani. Prima del 2001 sapeva leggere e scrivere solo una bambina su cinque, oggi più del 60%. Per Nadia Hashimi – pediatra e celebre scrittrice con i diritti delle donne nel cuore, nata a New York da genitori afghani – tra il 1996 ed il 2001, quando il paese era per la maggior parte sotto il controllo dei talebani, le donne avevano difficoltà nell’accedere all’istruzione e al sistema sanitario. Non potevano rivestire ruoli pubblici di spicco. «Potrebbe accadere di nuovo qualcosa di simile e porterebbe all’aumento del tasso di mortalità, all’iniquità di genere, a matrimoni precoci e a famiglie inadeguate a prendersi cura dei figli, povertà e analfabetismo. Ma d’altra parte in questi anni la società afghana è anche progredita, ci sono donne nel parlamento, nei media, nell’arte, nel design, nella moda, atlete, rappresentanti del governo nel mondo. Se si raggiungesse un accordo di pace l’Afghanistan potrebbe crescere. Ogni negoziato, però, ha un costo, la paura è il prezzo richiesto dai talebani sia troppo alto».