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Guerra

Il ritorno degli Usa in Siria: una cattiva notizia per Assad (e alleati)

Se l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di ritirare le truppe stanziate in Siria aveva lasciato i suoi alleati – e il mondo intero – senza parole, la decisione del tycoon di stanziare nuovamente 500-600 soldati nel nord est fa...

Se l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di ritirare le truppe stanziate in Siria aveva lasciato i suoi alleati – e il mondo intero – senza parole, la decisione del tycoon di stanziare nuovamente 500-600 soldati nel nord est fa sorgere nuove domande sulla strategia Usa in Medio Oriente. E costringe Bashar al Assad a rivedere i suoi piani.

L'avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)
L’avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)

Il ritiro Usa aveva infatti favorito sia la Turchia, che il 9 ottobre ha finalmente potuto dare inizio all’operazione Primavera di pace da molto tempo rimandata, sia il regime di Damasco, che ha visto aprirsi le porte di quelle zone della Siria su cui da anni non ha più alcun potere. Una volta iniziata l’invasione turca, le Syrian democratic Forces (Sdf) si sono rivolte al presidente Bashar al Assad per avere protezione contro la Turchia, permettendo così alle truppe siriane di entrare almeno in parte nel territorio del Rojava. Nei primi giorni dell’offensiva si parlava anche di un possibile stanziamento di truppe siriane nella regione di Deir Ezzor, ultimo territorio riconquistato dalla Forze democratiche siriane (Sdf) e noto per i suoi giacimenti petroliferi. La ripresa di quella particolare zona in un momento di debolezza dell’Amministrazione autonoma delle Siria del nord-est rappresentava una grande vittoria per Assad, che già sognava di rimettere le mani sull’oro nero. Uno scenario che soddisfaceva anche gli alleati di Damasco, ossia la Russia e l’Iran.

La Russia

Il presidente Vladimir Putin è intervenuto in difesa di Assad nel 2015, ma il suo aiuto ha un prezzo che la ripresa di Deir Ezzor avrebbe contribuito a pagare. Damasco infatti ha già preso degli accordi con le compagnie petrolifere russe per la gestione dei pozzi presenti nella regione sud-orientale del Paese, ma l’attuale scenario ha messo in crisi i piani di Assad. La rinnovata presenza delle truppe Usa proprio a Deir Ezzor ha frenato l’avanzata siriana e il presidente Trump ha chiaramente detto che i soldati sono stati stanziati a protezione dei pozzi petroliferi per garantire che i proventi restino nelle mani dei curdi. Il nuovo dispiegamento di forze statunitensi è stato in realtà presentato anche come utile a prevenire il ritorno dell’Isis, dato che cellule dormienti continuano a compiere attacchi in Siria. Il tutto nonostante il presidente Trump continui ad affermare di aver sconfitto lo Stato islamico, soprattutto dopo averne ucciso il leader Abu Bakr al Baghdadi.

L’Iran

Ma la Russia non è l’unico alleato di Damasco che si trova costretto a rivedere i suoi piani in Siria dopo il ritorno degli Usa. Anche l’Iran infatti risulta danneggiato dal dispiegamento di truppe americane nel nord-est, una zona su cui Teheran ha da tempo messo gli occhi e che spera di utilizzare attraverso Assad. Se Damasco dovesse riuscire a riprendere il controllo dell’area al confine con l’Iraq, attualmente sotto attacco da parte della Turchia, sarebbe in grado di aumentare la sua influenza nella regione e fare così un passo in avanti verso la realizzazione della Mezzaluna sciita. Uno degli obiettivi di Teheran è infatti quello di creare un corridoio che dall’Iran arrivi fino al Libano passando per Iraq e Siria, una prospettiva che ha sempre allarmato gli Stati Uniti e ancora di più Israele.

E i curdi?

Il precedente ritiro Usa dalla Siria aveva lasciato senza protezione i curdi e le popolazioni del Rojava, trovatisi da un giorno all’altro senza il loro alleato più importante ed esposti all’avanzata militare della Turchia.

Per evitare un genocidio, il comandate delle Sdf Mazloum Abdi aveva accettato di scendere a patti con Damasco, ma il ritorno degli Stati Uniti nell’area ha ribaltato nuovamente la situazione. Se fino a pochi giorni fa i curdi non avevano altra possibilità che stringere un’alleanza militare con Assad e scendere a compromessi con il regime partendo da una posizione di debolezza, adesso potrebbero aprirsi nuovi orizzonti. Il ritorno degli Usa comunque non rassicura del tutto le forze curde, che dopo il primo tradimento sono ancora più scettiche sull’affidabilità dell’alleato americano.





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