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La folla che assalta i palazzi del potere, attentare all’ordine costituito, farsi beffa dei governanti, sovvertire le regole del gioco. Sono scene che sembrano provenire da epoche lontane e che hanno quel gusto retrò di presa della Bastiglia, il primo leggendario atto delle Rivoluzione francese. Il popolo parigino irrompeva prepotentemente sulla scena, perlopiù composto da piccoli commercianti e artigiani, lavoranti a giornata e impiegati. Tutto quello che sarebbe accaduto dopo sarebbe stato condizionato dalla necessità del potere di misurarsi con la volontà di trasformazione delle masse e la loro, non sempre prevedibile, violenza. Soprattutto in Occidente, dal Secondo Dopoguerra in poi, certe scene sono divenute desuete dopo tanto rumore delle armi. Le piazze si sono fatte spesso tumultuose, talvolta violente, le democrazie liberali sono state attraversate dal terrorismo di ogni foggia e colore, ma l’assalto al “palazzo del potere” sembra davvero un vago ricordo del tempo che fu.

I fatti di Capitol Hill

Nell’ultimo anno, due episodi molto simili, in due sistemi così diversi, sembrano riportare in auge quel metodo, ma soprattutto quell’immaginario di protesta. Il primo è senza dubbio l’assalto a Capitol Hill, la sera del 6 gennaio 2021. Al cospetto del tempio sacro della democrazia americana, che così strenuamente ha resistito nel tempo, una masnada inferocita di uomini e donne si lancia all’attacco. Non ci sono le picche ma le bandiere, non ci sono le spade ma armi da fuoco. L’obiettivo è interrompere la liturgia democratica che si sta svolgendo all’interno dell’edificio, ove si sta vergando il passaggio di consegne fra due presidenti. Fuori ci sono i sostenitori del presidente uscente Donald Trump, che li incita a portare a compimento quello che crede un atto di riappropriazione democratica a seguito di una frode elettorale subita. A combattere per riparare al maltolto, un esercito che si è dato appuntamento con ogni moderna diavoleria cibernetica e che non ha remora a sfondare porte e finestre, oltraggiare monumenti, impaurendo chi è all’interno.

Jan 6, 2021; Washington, DC, USA; Scenes from Capitol Hill, after protesters stormed the U.S. Capitol Building while Congress met to certify electoral votes confirming Joe Biden as president in Washington, D.C. on Jan. 6, 2021. Mandatory Credit: Hannah Gaber-USA TODAY/Sipa USA (Washington – 2021-01-06, Hannah Gaber / IPA) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Nella folla la convinzione politica è mescolata alla cialtroneria, gli attivisti duri e puri agli esaltati: sfoggiano luoghi comuni come i cappelli da cowboy e gli stivaloni, abbigliamento mimetico e mazze da baseball, bandiere confederate e svastiche. Fra loro fagocita l’attenzione Jacob Anthony Angeli Chansley, al secolo Jack “lo sciamano”: vestito da vichingo con una pelliccia, con il volto dipinto a stelle e strisce e impugnando una bandiera americana, è un trumpiano convinto e seguace di QAnon. Lui come molti altri profana gli scranni del Campidoglio mentre i congressmen devono darsi alla fuga. Nel frattempo si contano 5 morti, 13 feriti, decine di arresti.

Una rivoluzione? Un tentativo di colpo di Stato? Di questa contemporanea presa della Bastiglia (con la differenza che Capitol Hill non è una prigione) due cose colpiscono: la facilità con cui è accaduto e il semplice fatto che sia accaduto. È il sogno americano che va in frantumi, assieme ai Padri Fondatori, alla Statua della Libertà e a Kerouac. È il trionfo del lato indigente, ignorante, violento dell’America, degli homeless e del suprematismo bianco. Capitol Hill potrebbe accadere ancora perché nasce da una ferita profonda e purulenta.

La crisi dello Sri Lanka

Migliaia di km più ad est di Washington c’è lo Sri Lanka. Un Paese che occidentale non è, ma che si sporge pericolosamente sull’abisso della recessione. Il Paese è vittima di una serie di congiunture globali e del loro connubio con una dinastia rapace, quella dei Rajapaksa. Il risultato sono 56 mld di dollari di debito estero, inflazione al 57%, il riso che aumenta del 95% di prezzo in soli tre anni. Così, il 9 luglio scorso, una marea umana decide di riversarsi nella capitale Colombo, per spodestare il capo dello Stato, Gotabaya Rajapaksa: in migliaia invadono la residenza presidenziale, costringendo Rajapaksa a fuggire. La protesta si è spinta poi fino all’abitazione del primo ministro, Ranil Wickremesinghe, che viene data alle fiamme. Anche questa non è una Bastiglia, ma è un luogo di potere, esattamente come Capitol Hill.

Video e immagini fanno il giro del mondo. Ci si vuole riprendere il potere e si irride il potere, soprattutto quello reo di aver affamato una nazione. I manifestanti prendono possesso del giardino, si tuffano esultanti in piscina, si lanciano sui comodi letti regali. Siamo a migliaia di km da Washington, le ragioni sono differenti, ma il plot è il medesimo: profanare il luogo del potere, farsi beffa dei potenti, immortalando tutto con gli stessi smartphone. Alcuni preparano il tè o usano la palestra, mentre altri rilasciano dichiarazioni da una sala conferenze. L’esito è ben differente: il potere corrotto fugge, viene dichiarato lo stato di emergenza, i militari si occupano della transizione.

L’assalto ai palazzi del potere in Sri Lanka (EPA/CHAMILA KARUNARATHNE)

Seppur diversi, questi esempi raccontano di una complessità e di una tendenza al disordine che, quasi possedesse una propria anima, si sta impossessando del mondo contemporaneo. Da un lato, c’è il “primo” mondo, fiaccato dalla pandemia, da un conflitto che non si aspettava, dalla delusione verso l’interdipendenza. La sensazione generale è che la miccia sia diventata corta e che i metodi classici-il voto e la piazza- non bastano più quando la marea del malcontento monta, alimentata in malafede da chi dal caos ha tutto da guadagnare. Dall’altro lato del mondo, anche i tumulti nello stile dello Sri Lanka colpiscono, e sono un preoccupante campanello d’allarme.

Alle ragioni politiche si mescola la ragione madre di ogni rivoluzione: la fame. E lo Sri Lanka non sarà né il primo né l’ultimo di una lunga serie, scommette l’economista Jeffrey Sachs, le cui ricette hanno salvato la Bolivia degli anni ’80, la Polonia di Solidarnosc e la Russia di Eltsin. In questo momento fra le venti e le trenta nazioni in via di sviluppo rischiano il caos. Washington e Colombo, dunque, sono legate a doppio filo: sono entrambe sedute su una polveriera.

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