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Il confronto tra la Cina e gli Stati Uniti potrebbe avviarsi verso un livello più elevato stante il nuovo clima di Guerra Fredda che caratterizza i rapporti tra le due nazioni che detengono il monopolio globale dei commerci.

Secondo un rapporto sull’attività militare statunitense nella regione dell’Indo-Pacifico stilato dal National Institute for South China Sea Studies, un centro studi di Hainan affiliato al ministero degli Esteri cinese e alla State Oceanic Administration, la possibilità di un conflitto è sostanzialmente aumentata.

L’istituto, fondato nel 1996 e ampliato nell’ultimo decennio per supportare le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, mette per iscritto i dettagli della politica di sicurezza degli Stati Uniti, la loro presenza e dispiegamento di forze militari e le recenti attività delle forze armate Usa nell’area. Il documento si concentra sui cambiamenti apportati dal ritorno degli Stati Uniti alla politica di competizione tra grandi potenze in stile Guerra Fredda e valuta il ruolo positivo delle relazioni militari Cina-Usa nello stabilizzare le relazioni bilaterali nella nuova era.

Si legge nel rapporto che da quando l’amministrazione Trump è entrata in carica all’inizio del 2017, ha identificato, per la prima volta, questo “scontro tra grandi potenze” nei documenti che riguardano la sicurezza nazionale come la National Security Strategy e nella strategia Usa per il settore indo-pacifico, che ha preso forma alla fine del 2018. Secondo i cinesi la strategia statunitense mira, in ultima analisi, a proteggere la supremazia degli Usa negli affari globali e regionali, comprendendo non solo la sicurezza ma anche questioni politiche ed economiche.

Secondo il National Institute for South China Sea Studies, gli Stati Uniti hanno 375mila uomini in armi nel comando indo-pacifico, di cui il 60% rappresentato da personale imbarcato nelle navi militari; inoltre sono presenti il 55% delle forze dell’Esercito americano e i due terzi della totalità dei Marines. Leggiamo che con 85mila soldati schierati in posizioni avanzate e una grande quantità di mezzi ad alta tecnologia e nuovi armamenti, gli Stati Uniti hanno mantenuto la supremazia assoluta nell’Asia-Pacifico nel corso degli anni, continuando ad attuare nuovi schieramenti di truppe, aumentando il budget e le risorse, con la scusa del contrasto allo sviluppo militare della Cina e della Russia.

Una cosa è sicura: la presenza americana in tutto quel settore di globo è drasticamente aumentata nel corso degli ultimi anni e sarà destinata ad aumentare ulteriormente. Attualmente, ad esempio, ci sono in mare tre portaerei con la loro scorta che incrociano nelle acque tra le Filippine e l’isola di Guam mentre le attività aeree sono vertiginosamente aumentate con le crociere, quasi giornaliere, di bombardieri strategici che decollano dal continente americano per effettuare puntate verso l’arcipelago giapponese e oltre, sino al Mar Cinese Meridionale.

Proprio in quelle acque contese ed in quelle di Taiwan l’attività navale americana si è fatta più serrata e spesso ha portato a degli incidenti con le unità cinesi che ricordano esattamente quanto avveniva durante la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica: a settembre del 2018 un cacciatorpediniere statunitense, l’Uss Decatur, è quasi entrato in collisione con uno cinese nei pressi di Gaven Reef, nelle isole Spratly contese tra Cina e Filippine.

La stessa postura della Marina americana sembra essersi fatta più “attiva” non limitandosi più a salvaguardare il principio della libertà di navigazione, bensì cominciando, proprio in quel mare conteso, ad effettuare il servizio di scorta navale per le unità da ricerca petrolifera che sono state fatte oggetto di intimidazioni da parte della flottiglia della Guardia Costiera cinese.

Le operazioni militari statunitensi, continua il rapporto, potrebbero facilmente innescare incidenti che rischiano di portare a ulteriori escalation. Data la natura dei legami diplomatici nella regione, non vi è dubbio, per gli esperti cinesi, che il confronto militare e persino solo l’ulteriore deterioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti aumenterebbero sostanzialmente la possibilità di un conflitto.

Un’eventualità che non si augurano di certo gli altri paesi della regione, in quanto sarebbero costretti a scegliere da che parte stare tra Cina e Stati Uniti, in quanto un qualsiasi conflitto militare tra i due Paesi li vedrà comunque coinvolti dato lo scacchiere in cui si svolgerebbe. La dimostrazione di questo principio si sta avendo proprio recentemente: il Giappone, alleato storico di Washington, si trova sempre più spesso a dover far decollare i propri velivoli per intercettare non solo i bombardieri russi, che hanno ripreso da qualche tempo a effettuare le crociere di pattugliamento nell’Est Asiatico, ma anche velivoli cinesi che effettuano puntate verso lo spazio aereo nipponico.

È notizia poi recentissima che la Marina giapponese ha rilevato un sommergibile non identificato, poi riconosciuto come cinese, nelle acque meridionali del suo arcipelago non lontano dall’isola di Okinawa proprio là dove ha incrociato il gruppo da battaglia della portaerei Ronald Reagan.

Il rapporto si conclude con l’augurio che entrambi i paesi tengano aperti i canali di comunicazione, che mettano in atto un accordo che rafforzi la fiducia reciproca (anche militare) per prevenire future crisi e che creino le condizioni per dialogare sulla sicurezza nucleare, sul cyberspazio, sulla tecnologia ad intelligenza artificiale e in tutti gli altri campi della guerra moderna in modo da prevenire un possibile conflitto.

In realtà, da quello che sappiamo, i due Paesi da questo punto di vista oltre a non parlarsi molto sono praticamente sordi. L’esempio lampante è dato appunto dai colloqui preparatori in vista del possibile rinnovo degli accordi Start sul disarmo nucleare: a Vienna gli Stati Uniti auspicavano, anzi, caldeggiavano la presenza della Cina, che ha seccamente rifiutato l’invito dichiarandosi non interessata in una politica di disarmo a tre, ribadendo il concetto, già espresso, che essendo Russia e Stati Uniti i due Paesi con l’arsenale più grande, è esclusivamente loro il compito di ridurlo.

A tutti gli effetti, e fuor della retorica pro domo sua del rapporto del National Institute for South China Sea Studies, tra Stati Uniti e Cina vige già, e per loro stessa ammissione, uno stato di Guerra Fredda imminente, che vista la politica di entrambi i Paesi per il settore del Pacifico, e vista l’evidente volontà di essere poco inclini al dialogo e a concessioni, non potrà che peggiorare.

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