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Guerra

Il retroscena su Soleimani: gli Usa volevano eliminarlo da 18 mesi

Il raid che ha portato all’uccisione di Qasem Soleimani non è stato preparato all’ultimo secondo, in fretta e furia. Gli Stati Uniti erano sulle tracce del generale iraniano, nonché capo delle Forze Quds dei Pasdaran, da ben 18 mesi. Washington...
Morte di Soleimani (LaPresse)

Il raid che ha portato all’uccisione di Qasem Soleimani non è stato preparato all’ultimo secondo, in fretta e furia. Gli Stati Uniti erano sulle tracce del generale iraniano, nonché capo delle Forze Quds dei Pasdaran, da ben 18 mesi. Washington aspettava soltanto il momento giusto per colpire, e lo ha fatto nove giorni fa sferrando un attacco mirato all’aeroporto di Baghdad, in Iraq, dove in quel preciso istante stava transitando il convoglio che trasportava Soleimani.

Secondo quanto riportato dal New York Times in un lungo reportage sui “Sette giorni più pericolosi” dell’amministrazione Trump, il generale si trovava dallo scorso maggio nella lista dei possibili obiettivi statunitnesi “da abbattere per ritorsione”.

Ancor più nel dettaglio, il 31 dicembre, mentre migliaia di manifestanti iracheni prendevano d’assalto l’ambasciata americana a Baghdad, tra i corridoi della Casa Bianca ha iniziato a circolare una “nota top-secret” firmata dal consigliere per la sicurezza nazionale Robert C. O’Brien. L’irritazione degli Stati Uniti era alle stelle.

Nel mirino dallo scorso maggio

Nella nota si elencavano, nero su bianco, tutti i potenziali obiettivi iraniani da colpire. La lista comprendeva una struttura energetica, un comando e una nave di controllo utilizzata dalle Guardie della Rivoluzione per dirigere le piccole imbarcazioni che attaccavano le petroliere nelle acque intorno all’Iran.

Il memorandum elencava anche un’altra opzione, ben più provocatoria: colpire alcuni alti funzionari iraniani mediante “raid chirurgici”. I nomi nel mirino dell’ingelligence americana erano due: Abdul Reza Shahlai, un comandante iraniano attivo nello Yemen – il quale aveva contribuito a finanziare gruppi armati in tutta la regione – e il generale Qasem Soleimani.

Quest’ultimo era un pesce nettamente più grosso, visto che era il capo della forza d’élite iraniana incaricata di effettuare operazioni all’estero e gestiva, in parte, le guerre per procura in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Ci sarebbe stato il suo zampino anche negli attacchi che, secondo le stime degli Usa, uccisero 600 soldati americani al culmine della guerra irachena.

Un intenso lavoro di intelligence

Tornando al piano americano, negli ultimi 18 mesi ci sono state fitte discussioni sul da farsi. Alla fine ha prevalso l’opzione dell’abbattimento di Soleimani. Washington ha ritenuto che fosse troppo difficile colpirlo in Iran. Ecco perché i funzionari americani hanno pensato di seguirlo durante una delle sue frequenti sortite in Siria o in Iraq e di inserire agenti in sette diverse entità per riferire sui suoi movimenti.

Tra le entità monitorate c’era l’esercito siriani, la forza Quds a Damasco e l’aeroporto di Baghdad. A settembre, dopo l’aumento delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il comando centrale degli Stati Uniti e il comando congiunto delle operazioni speciali iniziano a sondare il terreno per eliminare Soleimani. Così come era complicato uccidere il generale in terra iraniana, altrettanto lo sarebbe stato in Siria e in Libano.

Tra le informazioni raccolte dagli 007 Usa c’era anche un escamotage adottato da Soleimani per evitare di essere colpito da un attacco nemico. Il generale volava con varie compagnie aeree e talvolta acquistava biglietti su più di una per confondere gli inseguitori. Era inoltre sua abitudine salire sull’aereo nell’ultimo momento possibile; si sedeva in prima fila, in business class, e poi scendeva prima per ripartire all’istante. Misura, questa, che evidentemente non è stata sufficiente per scampare al raid americano.





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