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Il Regno Unito vuole proporre una risoluzione alle Nazioni Unite sulla sicurezza nello spazio a seguito del suo crescente utilizzo per scopi militari che rischia di trasformarlo in una nuova arena dell’escalation tra le potenze globali.

Come riporta The Independent, la proposta di Londra, la prima nel suo genere, richiede una discussione urgente tra i membri dell’Onu con l’obiettivo di raggiungere un accordo globale per evitare azioni che possono avere gravi conseguenze non intenzionali. Gli Stati partecipanti, si suggerisce, dovrebbero presentare il loro punto di vista chiarendo il proprio “comportamento” al segretario generale per includerlo in un rapporto all’assemblea delle Nazioni Unite. Una sorta di memorandum di intesa sovranazionale che potrebbe diventare anche una moratoria sull’utilizzo dello spazio per finalità militari.

L’esigenza di un tale provvedimento nasce dalle recenti azioni della Russia, che ha dimostrato di aver messo in orbita dei satelliti con capacità di colpire gli assetti spaziali avversari.

Lo scorso luglio, infatti, l’U.S. Space Command ha fatto sapere che Mosca ha condotto un test di un’arma antisatellite in orbita quando dal Cosmos 2543 è stato rilasciato un oggetto in prossimità di un altro satellite russo, attività ritenuta incompatibile con lo scopo dichiarato del sistema satellitare.

Secondo il rapporto americano l’attività del satellite russo, monitorata dai radar, è stata di tipo non distruttivo, simile ad altre svolte nel recente passato. “Quello che è successo dopo è la parte inquietante”, aveva spiegato in quella occasione Chris Ford, sottosegretario di Stato aggiunto per la sicurezza internazionale e la non proliferazione. “Il subsatellite (definito Cosmos 2521) ha lanciato un oggetto aggiuntivo nello spazio all’elevata velocità relativa di circa 250 km all’ora”, ha spiegato. “Voglio essere totalmente diretto e onesto: Cosmos 2521 ha dimostrato la capacità di posizionarsi vicino a un altro satellite e di sparare un proiettile”.

Londra quindi si fa portavoce anche delle preoccupazioni statunitensi presso le Nazioni Unite: il Foreign Office ha affermato infatti che “molti Paesi usano sistemi spaziali militari per controllare le comunicazioni sul campo di battaglia, i sistemi missilistici difensivi e offensivi e persino le loro forze nucleari” e che “questi sistemi sono vulnerabili agli attacchi da parte di sistemi d’arma spaziali e terrestri, interferenze e attività informatica maligna. Quando i Paesi non comunicano le loro intenzioni nello spazio o agiscono in modo minaccioso, il rischio di ritorsioni aumenta, con potenziali conseguenze devastanti”.

Lo spazio è infatti un luogo privilegiato di osservazione delle capacità avversarie e viene sfruttato praticamente dall’inizio della sua esplorazione per porvi strumenti in grado di raccogliere dati ma soprattutto per fornire capacità di allarme precoce, fattore che nell’era nucleare è di vitale importanza per poter rispondere ad un eventuale attacco missilistico.

Militarizzare lo spazio, nel senso di porvi degli assetti in grado di contrastare l’attività satellitare avversaria (definiti sistemi Asat), rappresenta un grave rischio per la stabilità e la sicurezza globali e rientra in una strategia di “primo colpo” preoccupante: un attacco in massa al sistema satellitare avversario vorrebbe dire, quasi certamente, l’imminenza di un lancio missilistico e non lascerebbe altra possibilità alla controparte se non quella di effettuare a sua volta una rappresaglia totale.

L’iniziativa inglese, pertanto, offre un nuovo approccio: rompere l’impasse alle Nazioni Unite in merito alla legislazione sullo spazio, aumentando la trasparenza e riducendo così il rischio di errori di calcolo tra le nazioni che potrebbero degenerare in conflitti aperti.

Dal punto di vista legislativo, infatti, la comunità internazionale non è stata al passo dei progressi tecnologici in campo spaziale a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni: l’unica regolamentazione in vigore è l’Ost (Outer Space Treaty), un accordo firmato nel 1967 che ne stabilisce i principi fondamentali dell’uso dello spazio vietando il posizionamento di sistemi con armi nucleari o di distruzione di massa, quindi certificandone, sebbene in modo del tutto aleatorio, l’uso pacifico.

Il trattato però risente della sua età: è stato siglato quando le moderne armi antisatellite – laser, microonde e veicoli killer cinetici – erano di là da essere pensati, pertanto lo spazio resta sostanzialmente un territorio vergine per lo sviluppo di sistemi d’arma di diverso tipo, purché “non di distruzione di massa”.

Il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, annunciando la mossa delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “il Regno Unito sta guidando la discussione globale su quale sia ritenuto un comportamento responsabile nello spazio. Riteniamo che sia necessario con urgenza un nuovo approccio per aumentare la fiducia tra i Paesi che operano nello spazio per prevenire una corsa agli armamenti o un conflitto che potrebbe avere conseguenze catastrofiche”. Raab si riferisce, quando parla di fiducia, ai “sotterfugi” coi quali veicoli killer antisatellite sono stati testati nello spazio messi in orbita su assetti “civili”.

Lo spazio a tutti gli effetti è visto come una nuova frontiera aperta a sperimentazioni, con un sempre maggior numero di Stati che cercano di ottenere capacità di Space Warfare a fronte di sole quattro potenze che attualmente hanno dimostrato di poter mettere in orbita sistemi Asat: Russia, Usa, Cina e India. Diventa quindi fondamentale fare chiarezza nell’aspetto delle legislazione internazionale e impedire che progetti civili vengono utilizzati come “cavalli di Troia” per cercare un vantaggio strategico.