La domanda che molti si pongono in queste ore è la seguente: l’invasione russa dell’Ucraina che ha fatto ripiombare l’Europa nell’incubo della guerra, era prevedibile? In parte sì, se si fosse compresa la visione che la Russia ha delle relazioni internazionali, molto diversa da quella dell’occidente, che non ha saputo comprendere – e dunque prevenire – le mosse del Cremlino e del presidente russo Vladimir Putin. Va subito sfatato il mito, come alcuni media hanno scritto, che quella in atto è una sfida fra “democrazia liberale” e “autoritarismo”: come ha sottolineato anche Marcello Veneziani, “questa rappresentazione ideologica e moralistica esclude la questione centrale che è di natura geopolitica con i suoi corollari storici, economici e sociali”.

L’occidente, dopo la fine della Guerra Fredda, si è cullato nell’illusione, pericolosa, che nessuna potenza ragionasse più secondo la logica dell’equilibrio del potere, ma alcuni illustri studiosi avevano messo in guardia le potenze occidentali da questa visione distorta delle relazioni internazionali. Il dato fondamentale è che viviamo in un sistema internazionale anarchico, e le potenze sono impegnate in una sfida volta a massimizzare la loro sicurezza. Per la Russia, l’Ucraina rappresenta un interesse strategico fondamentale, ed è per questo motivo che nessun presidente non potrebbe mai accettare un ingresso di Kiev nella Nato. Questo, naturalmente, non significa affatto giustificare l’aggressione a un Paese sovrano, ma comprendere perché Mosca ha dato il via a un’operazione militare che ha trovato l’occidente impreparato.

“Putin vede il mondo in termini di equilibrio del potere”

Fra gli studiosi che, in tempi non sospetti, avevano avvertito gli Stati Uniti e gli alleati occidentali di quanto l’Ucraina fosse al centro degli interessi russi c’è sicuramente John J. Mearsheimer, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Chicago, noto esponente della scuola del realismo politico contemporaneo, che ha radici e tradizione in Machiavelli, Hobbes, fino a capisaldi del Novecento come Edward Hallett Carr, Hans Morgenthau, Kenneth N. Waltz. Nel suo celebre lavoro The Tragedy of Great Power Politics del 2001, Mearsheimer ha definito la teoria strutturale del “realismo offensivo”, secondo la quale le grandi potenze “sono impegnate principalmente a studiare il modo di sopravvivere in un mondo in cui non esiste alcuna agenzia che le protegga l’una dalle altre”, quindi in un sistema sostanzialmente anarchico.

“Gli Stati Uniti e i suoi alleati europei condividono la maggior parte della responsabilità di questa crisi” spiegò il professore in un articolo pubblicato nel 2014 su Foreign Affairs che suscitò molto clamore all’epoca dell’annessione russa della Crimea e che, riletto oggi, appare attualissimo, se non profetico. “La radice del problema è l’allargamento della Nato, elemento centrale di una più ampia strategia volta ad estromettere l’Ucraina dall’orbita russa ed integrarla nell’Occidente. Allo stesso tempo, l’espansione dell’Unione Europea verso est e il supporto dell’Occidente a un movimento pro-democrazia in Ucraina – iniziato con la Rivoluzione Arancione nel 2004 – sono altresì elementi critici”. Dopotutto, scrive Mearsheimer, “l’Occidente si è mosso nelle vicinanze della Russia minacciando i suoi centrali interessi strategici, punto questo enfatizzato ripetutamente da Putin. Le élite negli Stati Uniti e in Europa sono state prese alla sprovvista dagli eventi solo a causa del fatto che aderiscono a una distorta visone della politica internazionale”.

“Ucraina interesse strategico fondamentale per la Russia”

In una lectio magistralis del 2015 intitolata “Le cause e le conseguenze della crisi ucraina”, Mearsheimer spiegò che l’espansione della Nato a est “è stata guidata da uomini e donne del 21° secolo. Credono che la politica dell’equilibrio di potere sia morta”. Ma Vladimir Putin, osservò l’illustre politologo americano, “è un uomo del 19° secolo. Vede il mondo in termini di equilibrio di equilibrio del potere. Come noi, quando si tratta della Dottrina Monroe nell’emisfero occidentale”. Secondo il docente, gli Usa stavano giocando “una mano perdente”. Motivo? Perché in occidente molti erano convinti che punendo i russi con sanzioni economiche, queste li avrebbero convinti a desistere. Non è andata così. “Quando sono in gioco interessi strategici fondamentali – spiegò – non c’è dubbio, nel caso della Russia, che questo è un interesse strategico fondamentale, i Paesi soffrono enormemente prima di alzare le mani. Quindi puoi infliggere molto dolore ai russi e loro non si arrenderanno. E non lo faranno perché l’Ucraina è importante per loro”.

“Putin? Non è Hitler”

Anche l’ex Segretario di Stato Henry Kissinger suggerì all’amministrazione americana di applicare una politica estera realista nei confronti della Russia. Nel 2016, consigliò all’allora presidente Usa Donald Trump di accettare la sovranità russa sulla Crimea e di sospendere le sanzioni economiche contro la Russia. Strategia che avrebbe garantito agli Usa, secondo il consigliere anziano, di spezzare l’alleanza tra le due potenze rivali degli Stati Uniti, Russia e Cina, oggi più vicine che maio. La Nato, spiegò in un’intervista rilasciata al Financial Times, ha commesso un errore non capendo la visione del mondo della Russia e ciò che per Mosca è visto come una sfida alla sua identità. “Putin è stato provocato?” Chiese l’intervistatore. “Non penso che Putin sia Hitler”, risponde Kissinger. “Viene più da Dostoevskij”. Ma la lezione dell’anziano diplomatico, così come quella del già citato Mearsheimer, è stata completamente inascoltata e ignorata. Le conseguenze, purtroppo, le conosciamo.