Il rapporto A/HRC/60/CRP.3, presentato al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, non è un semplice dossier tecnico: è un atto d’accusa, pesante e circostanziato, che chiama in causa Israele per possibili crimini di genocidio a Gaza. L’uso di espressioni come intentio necandi e dolus specialis non appartiene al linguaggio della propaganda, ma alla giurisprudenza internazionale di Norimberga, del Ruanda, di Srebrenica. Il documento non si limita a denunciare le vittime – oltre 70.000 secondo stime ONU – ma ricostruisce un quadro che comprende uccisioni sistematiche, distruzione delle infrastrutture sanitarie, condizioni di vita che rendono impossibile la sopravvivenza.
Il nodo centrale è la volontà, dimostrabile attraverso atti e dichiarazioni, di “distruggere” un gruppo etnico. È qui che il rapporto individua la linea di confine tra la guerra convenzionale e l’ipotesi genocidaria. Le frasi pronunciate da ministri e generali israeliani – “annientare”, “cancellare Gaza” – diventano prova di un special intent, quell’“intent to destroy” che la giurisprudenza considera elemento costitutivo del genocidio.
Il diritto bellico e le regole della guerra
Il documento ONU richiama gli articoli fondamentali del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra: la distinzione tra obiettivi civili e militari (art. 48), il divieto di attacchi indiscriminati (art. 51), la tutela dei beni indispensabili alla sopravvivenza (art. 54). Principi che costituiscono l’architrave del diritto bellico moderno e che dovrebbero vincolare qualsiasi esercito regolare.
D’altra parte, anche i manuali militari occidentali – dal Law of War Manual del Dipartimento della Difesa USA al codice etico israeliano Ruach Tzahal – insistono su due concetti: proporzionalità e necessità militare. La forza deve essere impiegata solo nella misura indispensabile, e i danni collaterali devono essere limitati. È proprio questo scarto tra dottrina e prassi operativa a rendere il dossier esplosivo.
Israele ribadisce di trovarsi di fronte a un nemico che usa i civili come scudi: armi nei tunnel sotto gli ospedali, lanci di razzi da aree residenziali, miliziani che si confondono con la popolazione. Ma, come ammonisce l’ex generale David Petraeus, la percezione di sproporzione ha conseguenze strategiche tanto quanto le vittorie tattiche: erode il consenso internazionale, legittima il nemico sul piano politico, isola Israele nella diplomazia globale.
Una questione geopolitica e non solo umanitaria
Le implicazioni del rapporto vanno oltre il diritto e la morale. Sul piano geopolitico, la spaccatura è evidente. Gli Stati Uniti, anche sotto la presidenza Trump, difendono il diritto di Israele alla sicurezza ma cercano di non apparire indifferenti al dramma umanitario. L’Unione Europea è divisa: Madrid e Dublino spingono per sanzioni mirate, Parigi e Berlino frenano, Roma cerca un equilibrio fra interessi strategici e sensibilità umanitaria.
Nel frattempo Russia e Cina usano il rapporto per accusare l’Occidente di doppi standard, mentre Ankara guida un fronte di condanna senza appello. Nei Paesi arabi la posizione è delicata: Egitto, Qatar e Giordania devono conciliare le pressioni delle piazze con la necessità di evitare un’escalation incontrollata. Il Cairo rifiuta categoricamente di ospitare milioni di rifugiati, temendo un “trasferimento forzato” che cambierebbe per sempre gli equilibri della causa palestinese.
L’ipotesi di un esodo di massa – 2 o 3 milioni di persone – avrebbe conseguenze non solo per il Medio Oriente ma per il Mediterraneo e per l’Europa, dove la questione migratoria è già esplosiva. Si aprirebbe un nuovo fronte di instabilità, capace di mettere sotto pressione governi e opinioni pubbliche, con riflessi diretti sulla sicurezza e sulle politiche energetiche.
Precedenti storici e lezioni mancate
Il rapporto su Gaza non è il primo nel suo genere. I precedenti su Darfur, Ruanda e Jugoslavia hanno avuto effetti variabili: talvolta hanno portato a processi e condanne, altre volte sono rimasti lettera morta per l’opposizione delle grandi potenze. La vera domanda è se la comunità internazionale avrà la volontà politica di dare seguito a queste accuse.
Le corti internazionali – la CIG e la CPI – potranno usare il rapporto come base probatoria, ma senza cooperazione degli Stati difficilmente si arriverà a mandati di cattura esecutivi. Il veto USA al Consiglio di Sicurezza resterà un ostacolo. Il rischio è che il documento diventi un ulteriore terreno di scontro diplomatico, anziché uno strumento per fermare le violenze.
Prospettive e scenari
Sul terreno, la realtà è che la guerra continua. Hamas mantiene capacità di fuoco e legittimazione politica presso ampi settori della popolazione palestinese; Israele non mostra intenzione di cessare le operazioni finché non riterrà eliminata la minaccia. Ne consegue un logoramento che rischia di protrarsi per mesi, se non anni.
Per l’Europa e per l’Italia la sfida è duplice: da un lato evitare che il conflitto alimenti flussi migratori ingestibili e nuove ondate di radicalizzazione; dall’altro proteggere i rapporti strategici con Israele, partner fondamentale in materia di tecnologia e difesa. Un equilibrio delicato che, se mal gestito, potrebbe accentuare la percezione di un’Europa divisa e debole.
Un test per il sistema internazionale
Il rapporto ONU su Gaza è più di un atto d’accusa: è un test di credibilità per l’intero sistema internazionale. Se resterà senza seguito, rischia di minare ulteriormente la fiducia nel diritto internazionale umanitario, aprendo la strada a una normalizzazione della violenza indiscriminata. Se invece sarà usato per rafforzare i meccanismi di accountability, potrebbe segnare una svolta, costringendo tutti gli attori – Israele, Hamas, ma anche le potenze esterne – a confrontarsi con i limiti della guerra e con le conseguenze umanitarie delle loro scelte.
In ogni caso, Gaza non è più solo un conflitto regionale: è un prisma attraverso cui si riflettono le nuove linee di frattura del mondo multipolare, dalla sfida tra Stati Uniti e Cina al riassetto del Medio Oriente, dal futuro dell’Europa alla crisi dell’ordine internazionale nato nel 1945. E il rapporto A/HRC/60/CRP.3, nel bene e nel male, ne è già diventato uno dei simboli più potenti.

