Quanto accaduto in Afghanistan è ancora oggi oggetto di indagini da parte di think tank, istituzioni, autorità e enti pubblici americani, che vogliono capire cosa si è sbagliato e soprattutto quanto è costato in termini economici e politici il ritiro da Kabul.

L’ultimo rapporto del Sigar, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, ente di controllo sull’operato Usa in Afghanistan, ha fatto luce sul frettoloso (e disastroso) ritiro dal Paese asiatico fornendo un quadro decisamente nefasto. Nella lunga indagine pubblicata il 28 febbraio, il Sigar parla di errori nella pianificazione del ritiro, nella supervisione Usa su quanto stesse accadendo nel Paese dopo il cambio della guardia, si parla dell’incapacità di prevedere lo scioglimento delle forze di sicurezza di Kabul, fino alle accuse sul fatto che l’accordo con i talebani si è rivelato un clamoroso fallimento strategico e diplomatico che ha assestato un colpo durissimo al governo e alla tenuta delle truppe afghane. Un’accusa su tutta la linea, che riguarda sia profili di natura strategica che scelte tattiche effettuate da tutte le amministrazioni che si sono succedute alla guida di Washington: da quella di George W Bush a quella di Barack Obama, fino a Donald Trump e Joe Biden.

Tutti uniti da un filo conduttore che sembra essere stato quello della incapacità o non volontà di comprendere in modo pieno e complessivo il delicato teatro afghano e di avere reso impossibile la vera costruzione di un governo e di una forza armata. L’accordo di Doha, con cui gli Usa hanno deciso di consegnare il Paese ai talebani, si è cos’ rivelato solo il più drammatico e clamoroso stravolgimento di fronte al culmine però di due decenni di incomprensioni ed errori.

Sul rapporto, come scrive il Wall Street Journal, il Pentagono ha ovviamente idee diverse. Per la Difesa statunitense, del resto, si tratta di un fallimento su tutta la linea che, se ha avuto una evidente responsabilità politica, rappresenta in ogni caso un trauma e una sconfitta di immagine. In ogni caso, quello che sembra chiaro in tutto il rapporto è che a Washington ancora oggi si cercano colpevoli e motivazioni per ciò che ha trasformato l’Afghanistan nell’Emirato islamico a guida talebana. Anche perché questo, specialmente per l’opinione pubblica, si traduce in un enorme investimento in termini finanziari e di sangue versato che non ha di fatto portato ad alcun risultato concreto.

Il rapporto, per esempio, stima in almeno 7,2 miliardi di dollari il valore delle forniture militari lasciate completamente in mano ai talebani dopo il ritiro dell’agosto del 2021. Una cifra estremamente elevata che ora va messa in parallelo non solo con l’imbarazzo di vederla nelle mani dei “nemici di sempre”, ma anche col rischio di vederla passare nelle mani delle organizzazioni terroristiche e delle reti criminali che sfruttano il caos esploso dopo l’arrivo dell’Emirato. Il buco nero in cui si è trasformato l’Afghanistan in termini di diritti umani e sicurezza, con i talebani al potere ha ora anche miliardi di dollari di armi e dispositivi Usa che pesano come una spada di Damocle nella politica americana nella regione e non solo.