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Se da un lato la Cina può contare su meno di 200 testate nucleari, un numero nettamente inferiore se confrontato con l’arsenale americano, formato da circa 4mila testate, dall’altro Pechino ha fatto passi da gigante nella modernizzazione delle proprie forze militari. L’ultimo rapporto del Dipartimento della Difesa statunitense riguardante gli sviluppi militari del Dragone ha offerto a Donald Trump buone e cattive notizie.

Le buone notizie sono sostanzialmente due: il governo cinese non dispone ancora di un esercito moderno e funzionale come quello a stelle e strisce e deve ancora rafforzare il settore nucleare. Le cattive, invece, spaventano gli Stati Uniti nel lungo periodo. Già, perché il 2020 è stato un anno cruciale per il processo di modernizzazione della Cina, che il Partito Comunista cinese vuole trasformare in una “società moderatamente prospera” entro il 2021, anno del suo centenario.

Uno degli obiettivi del gigante asiatico coincide con il raddoppiamento delle proprie capacità nucleari entro il 2030, attraverso lo sviluppo, in cinque anni, di 200 missili balistici intercontinentali capaci di colpire il territorio americano. “La Repubblica popolare cinese sta espandendo il suo inventario di missili balistici multi-ruolo Df-26, in grado di montare rapidamente testate convenzionali o nucleari”, si legge nel report, che non manca di evidenziare anche la parallela crescita delle potenzialità missilistiche aree e navali del rivale.

Missili e nucleare

Stando a quanto riferito dalla rivista National Interest, gli Stati Uniti farebbero bene a osservare al più presto il cambio di paradigma attuato dalla Cina rispetto al proprio arsenale nucleare. Il motivo è molto semplice: Pechino sta espandendo il numero di missili nucleari in siti di lancio stazionari. Anche se questo può sembrare un controsenso, visto che simili siti sono più vulnerabili agli attacchi rispetto a quelli installati su lanciatori mobili e sottomarini, in realtà c’è una spiegazione. Il Dragone starebbe pensando di passare da un sistema di “lancio al primo allarme”.

Per capire di cosa stiamo parlando è utile leggere il rapporto del Pentagono. La Cina non sposterebbe mai le sue testate in siti statici, a meno che non si fidi ciecamente della propria capacità di anticipare un attacco del nemico e nel miglioramento dei propri sistemi di prima allerta. Sempre a proposito di missili, il Brookings Institute ha evidenziato come la Repubblica Popolare disponga di più di 1.250 missili balistici e da crociera convenzionali, con lancio da terra e gittata compresa tra i 500 e i 5.500 chilometri. Da questo punto di vista negli ultimi anni la minaccia cinese nei confronti degli interessi americani nel Pacifico è cresciuta moltissimo.

La trasformazione dell’esercito cinese

Un altro importante tema affronta la trasformazione dell’esercito cinese. Ricordiamo che nel 2017 il presidente Xi Jinping aveva condiviso due obiettivi con i vertici militari. Il primo: completare il processo di ammodernamento delle truppe entro il 2035; il secondo: trasformarsi entro la metà del secolo in una forza militare di “classe mondiale”. Cifre alla mano, l’Esercito popolare di liberazione può contare sul più alto numero di forze terrestri e navali al mondo. Certo, oltre alla quantità è importante anche la qualità. E su questo frangente la Cina deve lavorare ancora molto.

Intanto però l’esercito del Dragone ha integrato sistemi di combattimento aggiornati e tecnologie di comunicazione di ultima generazione e sviluppato capacità di condurre operazioni combinate tra i vari corpi di armata. La Marina cinese è diventata, sempre secondo le parole usate da Pechino, “moderna e flessibile”, in linea con le rivendicazioni del Paese nel turbolento Mar Cinese Meridionale. Tra le ultime novità troviamo l’introduzione di sottomarini, navi da guerra anfibie, unità di superficie e altri mezzi aggiornati.

Sul fronte dell’aviazione, al momento, le potenzialità cinesi devono ancora sbocciare del tutto. L’Aviazione dell’Esercito popolare di liberazione – si legge nel rapporto – è la terza al mondo, dopo quella statunitense e russa con oltre 2.500 aerei, circa 2 mila dei quali da combattimento. L’aeronautica cinese, pur avendo già affermato il proprio primato a livello regionale, sta cercando di recuperare il gap raccogliendo rapidamente informazioni e competenze sulle forze aeree occidentali (da questo punto di vista, un’idea per aggiungere qualità al reparto è quella di affidarsi al contributo di droni). Dulcis in fundo, le forze di terra cinesi possono contare su oltre un milioni di uomini, la metà dei quali dispiegato nei vari teatri meridionali e orientali della regione indo-pacifica.