Il calendario segna il giorno 231 di guerra, e le vittime sono oltre 35mila. Un numero spaventoso, che purtroppo arriva ai media in modo parziale e non preciso, per ovvie ragioni. Eppure, che sia per eccesso o difetto, si arrotondano le cifre, non le vite umane che, al di là del Mar Mediterraneo, sembrano contare un po’ meno di quelle occidentali.
Il professore che lottava con gli evidenziatori
Proprio su questo si soffermava Refaat Alareer, poeta e professore universitario di Gaza. Per lui, quando si parlava di persone, occorreva insistere sulla sensibilità, meno sulla matematica. Nelle sue poesie era solito scrivere “siamo esseri umani, non numeri”, e, difatti, nel 2015 aveva deciso di fondare insieme ad altri la fondazione no-profit “We are not numbers” che, attraverso dei laboratori di scrittura, raccoglieva storie e testimonianze delle vittime in zone di conflitto.
Tra il conteggio dei caduti, dall’inizio della guerra ad oggi, c’è anche lui. È morto i primi di dicembre, in un giorno, come tanti altri, di raid e bombardamenti. Già, perché la realtà di chi vive all’interno della Striscia, da sette mesi a questa parte, è fatta di incertezze, bombe che piovono dal cielo, cibo che scarseggia, acqua sporca e morte. La sopravvivenza è il primo obiettivo di chi si sveglia in quel pezzo di terra che, da prigione, si è fatto inferno. Refaat non ce l’ha fatta. Non è sopravvissuto, eppure ha lasciato molto di sé a chi resta. Una poesia, con la quale ha cercato, invano, di difendersi.
Se dovessi morire (tradotto dall’originale “If I must die”)
Se io dovessi morire,
tu devi vivere
per raccontare la mia storia,
vendere le mie cose,
comprare della stoffa
e qualche corda,
(prendila bianca con una lunga coda)
in modo che un bambino, da qualche parte a Gaza,
mentre guarda il cielo negli occhi
in attesa del padre sparito tra le fiamme
senza nessun addio,
nemmeno alla sua carne,
nemmeno a se stesso,
veda l’aquilone, il mio aquilone che tu hai costruito,
volare lassù
e pensi per un attimo che sia un angelo
che riporta l’amore.
Se io dovessi morire
fai che porti speranza
fai che sia una favola.
E la storia di Refaat merita di essere raccontata, affinché il suo non sia solo un nome all’interno di un tragico bilancio. Di mestiere faceva il professore, insegnava ai giovani adulti dell’Università Islamica di Gaza.
Poco prima di essere ucciso, Refaat Alareer ha pubblicato un video su Instagram. Aveva la voce strozzata da un nodo in gola e gli occhi terrorizzati: sapeva che da lì a poco sarebbe finita. Era notte, una luce fioca gli illuminava il viso.“Stanno venendo a prenderci. Non c’è una via di fuga da Gaza, forse l’unica alternativa è andare in mare e annegare. Forse Israele vuole che ci suicidiamo in massa? Non lo faremo”. Prende fiato, trattiene le lacrime, per sé e per la sua famiglia, e prosegue la testimonianza: “Sono un accademico, se i soldati ci ordineranno di aprire la porta per massacrarci, io userò i miei evidenziatori. È l’unica cosa che ho e con cui posso difendermi: lancerò contro di loro gli evidenziatori”. Poi, il fragore di una bomba poco distante fa abbassare lo sguardo al professore. Il video si interrompe.
Non sappiamo se Refaat abbia usato realmente i suoi evidenziatori per lottare per la vita. Sappiamo però che quelle sue parole devono essere rimarcate e condivise. E, se possibile, fare tanto rumore quanto quello della bomba che lo ha portato via.
E gli ostaggi palestinesi?
Si è detto molto sugli ostaggi israeliani barbaramente rapiti il 7 ottobre scorso, e probabilmente “si è fatto troppo poco” per riportarli a casa – così continuano a sostenere le famiglie dei prigionieri che protestano incessantemente contro il governo Netanyahu.
Ma cosa ne è degli ostaggi palestinesi? Non vi è alcuna traccia di queste vite. A sollevare la questione, che risuona più come un imperativo morale, è il giornalista Gideon Levy, in una lunga riflessione su Haaretz.
Una storia fra tutte dà la misura di quel che accade nelle carceri israeliane, e cioè nulla che possa essere reso pubblico. C’era un uomo, il dottor Adnan Al-Bursh, che prima del conflitto operava nel reparto ortopedico dell’ospedale al Shifa, a Gaza City. Poi, dopo l’invasione dell’esercito israeliano, è stato costretto, come i suoi colleghi, a vagare tra una struttura ospedaliera e l’altra. Da dicembre non si avevano più sue notizie. Non era ritornato nella sua casa a Jabayla, a una manciata di chilometri da Gaza, dove lo aspettavano la moglie Yasmine e sei figli.
“Solo recentemente è emerso che Adnan Al-Bursh è morto in un carcere israeliano, presumibilmente per le torture e le percosse subite durante gli interrogatori”. È quanto riportato su Haaretz da Jack Khoury e Bar Peleg, grazie ad una serie di testimonianze raccolte da altri medici palestinesi detenuti, che erano insieme ad Adnan Al-Bursh. Sono stati gli ultimi a vederlo in vita, e a malapena lo avevano riconosciuto: “Era chiaro che avesse attraversato l’inferno, la tortura, l’umiliazione e la privazione del sonno. Non era la persona che conoscevamo: era l’ombra di se stesso”.
Quando i giornalisti hanno chiesto spiegazioni sulla detenzione e sulla morte del medico palestinese, l’IDF [Israel Defense Forces] “si è sottratto alla responsabilità, comunicando solo che Al-Bursh è stato ‘processato’ in un centro di detenzione dell’esercito”, per poi essere trasferito “al centro per gli interrogatori dello Shin Bet [l’agenzia di intelligence per gli affari interni] a Kishon, e da lì alla prigione di Ofer, che è sotto la responsabilità del servizio carcerario israeliano”. Ebbene, la risposta dell’IPS [Israel Prison Service] è riecheggiata di disprezzo allo stato puro: “Il Servizio non approfondisce le circostanze della morte dei detenuti che non sono cittadini israeliani”.
Dunque, né l’IDF né lo Shin Bet hanno speso una parola a riguardo. Ed è per questo, che Gideon Levy scrive: “Un uomo muore in prigione, ma il servizio penitenziario israeliano non ritiene di dover rendere pubbliche le circostanze della sua morte perché non era un cittadino dello Stato”. Come a dire, in altre parole, che “la vita di quelli che non sono cittadini non ha alcun valore nelle carceri di Netanyahu”.
La morte di Adnan Al-Bursh ha avuto un’eco internazionale, data la fama del dottore. Tante le pressioni, così ieri le autorità israeliane hanno accolto l’ennesima richiesta della moglie, Yasmine, supportata da Medici per i diritti umani di Israele, perché fosse eseguita un’autopsia.
Sperare che sia fatta giustizia è d’obbligo, ma la storia recente racconta che accertamenti similari non hanno mai portato a niente, l’immunità regna sovrana in Israele (vedi Haaretz: “Meno dell’1% delle indagini [interne] dell’esercito israeliano si conclude con un procedimento giudiziario”). Tempi bui per l’unica “democrazia” del Medio Oriente.