Il 15 marzo la Turchia e la Russia hanno dato il via al primo pattugliamento congiunto nel nord-ovest della Siria nel quadro dell’accordo raggiunto tra le due potenze dieci giorni prima a Mosca.

L’escalation nella regione di Idlib e la morte di 33 soldati turchi per mano delle forze governative siriane aveva messo Turchia e Russia l’una contro l’altra e per diversi giorni si è temuto uno scontro diretto fra le truppe turche e quelle governative, sostenute da Mosca. L’emergenza è però rientrata grazie agli sforzi diplomatici di Putin ed Erdogan, che il 5 marzo hanno raggiunto l’ennesimo cessate il fuoco su Idlib e stabilito la spartizione dell’area. La zona che va dal capoluogo fino al confine turco è stata lasciata nelle mani delle milizie filo-turche e dei cosiddetti ribelli, mentre le forze governative hanno preso ufficialmente il controllo dell’autostrada M5 e della città di Saraqib. Resta invece zona contesa la M4, l’arteria che collega Latakia e Idlib, e che secondo l’accordo di marzo deve essere pattugliata congiuntamente da Russia e Turchia.

Ma, come scritto da Mauro Indelicato su InsideOver, il rischio è che non tutte le milizie filo-turche siano disposte a rispettare l’accordo tra Ankara e Mosca né ad abbandonare quelle aree che da anni sono sotto il loro controllo. E le ultime notizie sembrano confermare questi timori.

Le proteste contro il pattugliamento

Nei tre giorni precedenti il primo pattugliamento, gli abitanti dei villaggi lungo la M4 hanno bloccato l’autostrada in segno di protesta e il 15 marzo hanno impedito il passaggio delle truppe russo-turche. Come affermato dallo stesso ministro della Difesa russo, l’operazione è stata interrotta dopo che “i miliziani hanno usano donne e bambini per bloccare la strada”. Le manifestazioni si sono svolte nei pressi del villaggio di Nirab, a sud della città di Idlib e si sono dirette principalmente contro le truppe russe. La Russia è infatti accusata di sostenere il presidente Assad e di essere una “forza di occupazione”, motivo per cui diverse milizie presenti nell’area hanno minacciato attacchi contro i soldati russi.

Nessun avvertimento è invece giunto alle truppe turche, ma questo dettaglio non sorprende più di tanto. La maggior parte delle milizie presenti nell’area di Idlib sono infatti cooptate dalla Turchia e molte di loro si sono unite sotto l’egida del National Syrian Army, la cui bandiera è stata sventolata proprio da alcuni manifestanti lungo la M4. Secondo quanto riportato da Middle East Eye, i miliziani del NSA si sono opposti all’accordo russo-turco perché non è ben chiaro in quale area della Siria dovrebbero essere ricollocati una volta che Assad riuscirà a riprendere il controllo della regione. Uno dei nodi cruciali riguarda infatti il destino delle milizie presenti a Idlib.

Una delle ipotesi è che vengano spostate ad Afrin o nella cosiddetta safe zone istituita nel nord est a seguito dell’operazione Sorgente di pace lanciata dalla Turchia il 9 ottobre 2019 contro le forze curde. Permettere alle milizie anti-Assad di restare nell’area non è infatti l’opzione migliore, come dimostra il caso di Daraa. La provincia nel sud-ovest della Siria è tornata ufficialmente sotto controllo governativo nel 2018, ma di recente ci sono state nuove proteste contro Assad. Sedate le rivolte, il presidente siriano ha disposto lo spostamento dei “ribelli” per evitare il ripetersi di simili episodi.

I miliziani presenti a Idlib hanno quindi tutti i motivi per credere che anche loro saranno presto costretti a lasciare l’area. Intanto, la Turchia ha deciso di rimandare le prossime operazioni nell’area per non mettere in pericolo la vita dei suoi militari, ma viene da chiedersi se dietro alle proteste non ci sia proprio la mano di Ankara che in questo modo può dimostrare alla Russia chi controlla realmente Idlib e il nord ovest della Siria.