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Guerra

Il politologo Christopher Layne: “Trump non capisce Von Clausewitz: la guerra all’Iran è un fallimento strategico”

Secondo Layne, la guerra USA-Iran è in uno stallo senza via d'uscita perché Trump cerca la resa di Teheran ma non ha una vera strategia
Usa Iran Layne

A che punto è la guerra tra Stati Uniti e Iran? I colloqui tra Washington e Teheran sono in una fase di stallo profondo, dopo che il presidente americano ha annullato all’ultimo momento la missione diplomatica del suo inviato Steve Witkoff e di Jared Kushner in Pakistan. E i segnali di una nuova escalation sono dietro l’angolo. Per fare chiarezza su scenari, strategie e possibili svolte, abbiamo raggiunto il professor Christopher Layne, uno dei più illustri politologi statunitensi e tra i maggiori esponenti della scuola realista in politica estera. Layne, docente alla Texas A&M University e autore di opere fondamentali come The Peace of Illusions e American Empire: A Debate (con Bradley Thayer), è noto per la sua teoria dell’offshore balancing – un approccio che da decenni invita Washington a ridimensionare gli impegni diretti in Medio Oriente per evitare la «sovraestensione imperiale» teorizzata da Paul Kennedy.

Professor Layne, crede che ci sia ancora spazio per un accordo tra Iran e Stati Uniti, con negoziati genuini, o il presidente Trump sta semplicemente guadagnando tempo in preparazione di un nuovo attacco contro Teheran, indipendentemente da ciò che accadrà nelle prossime ore?

“A un certo punto le guerre finiscono sempre. A meno che gli Stati Uniti non riescano a imporre un accordo all’Iran attraverso la coercizione militare, la guerra può terminare solo tramite la diplomazia. Tuttavia, non è chiaro se l’amministrazione Trump lo capisca. Ricordiamo che appena prima che il presidente Trump iniziasse questa guerra di scelta (o di capriccio, come la definisce il commentatore del Financial Times Edward Luce), il suo principale negoziatore, Steve Witkoff, esprimeva perplessità sul fatto che l’Iran non avesse già “capitolato” alle richieste di Washington. Trump stesso ha invocato la “resa incondizionata” di Teheran.

Sia per consumo politico interno sia come riflesso del suo pensiero, Trump ha dichiarato più volte che la guerra è finita e che gli Stati Uniti hanno “vinto” perché (come ha ripetuto) hanno “decimato” le capacità militari iraniane. Questo modo di pensare tradisce una mancanza di comprensione di cosa sia davvero la strategia (e fa anche dubitare che Trump si renda conto di ciò che dice: se gli Stati Uniti hanno “decimato” le capacità iraniane, linguisticamente significa che il 90% è ancora intatto”.

Dunque Trump non ha una strategia?

“Il famoso filosofo tedesco della guerra e della strategia, Carl von Clausewitz, ha osservato che l’obiettivo della guerra non è infliggere violenza per il gusto di infliggerla. La guerra è l’uso organizzato e coercitivo della forza per spezzare la volontà dell’avversario e ottenere la fine del conflitto a condizioni favorevoli. Von Clausewitz capiva che le vittorie tattiche sul campo di battaglia non equivalgono alla vittoria strategica in guerra. È una lezione che i decisori politici americani avrebbero dovuto imparare dal Vietnam.

La dimostrazione di virtuosismo militare degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran è stata tatticamente brillante, ma un fallimento strategico. Chiaramente, la volontà dell’Iran non è stata spezzata. Se l’amministrazione Trump vuole davvero la “resa incondizionata” di Teheran, gli Stati Uniti dovrebbero fare all’Iran ciò che hanno fatto alla Germania e al Giappone nella Seconda Guerra Mondiale: schiacciare completamente il potere militare iraniano, occupare il Paese e imporre un nuovo governo filostatunitense. Questo è improbabile, perché richiederebbe agli Stati Uniti di combattere una grande e costosa guerra terrestre e di intraprendere una prolungata occupazione militare di un Iran sconfitto”.

Perché è improbabile?

“Trump ha bisogno — per ragioni di politica interna — di districarsi dall’Operation Epic Blunder (“fallimento colossale”, ndr). Ma questo richiederebbe l’impegno in un serio processo negoziale. Le questioni in gioco — soprattutto quella nucleare — sono complesse e tecniche. Ricordiamo che l’accordo nucleare (il Joint Comprehensive Plan of Action raggiunto dall’amministrazione Obama) è iniziato con quasi un anno di colloqui informali tra le due parti e poi circa due anni di negoziati formali tra diplomatici ed esperti tecnici americani e iraniani.

Se l’amministrazione Trump crede di poter risolvere la questione nucleare (per non parlare del programma missilistico iraniano e del sostegno ai gruppi proxy in Iraq, Gaza e Libano) mandando il vicepresidente JD Vance a Islamabad per un solo giorno, o inviando Steve Witkoff e Jared Kushner in Pakistan per un paio di giorni — senza una squadra di esperti di supporto — o, come sembra credere ora Trump, con una semplice telefonata, si tratta di una negligenza diplomatica e di una sconvolgente mancanza di comprensione di come si pratichi la diplomazia”.

Considera un attacco terrestre statunitense in Iran (“boots on the ground”) categoricamente escluso, oppure lo vede come un’opzione ancora fattibile?

“In una parola, no. Non è fattibile e dovrebbe essere escluso per molti motivi. Tuttavia Trump è imprevedibile e non vuole mai essere visto — come direbbe lui su Truth Social — come un LOSER, un perdente. Non si può mai escludere del tutto la possibilità che Trump sia disposto a rischiare militarmente pur di evitare la percezione di aver perso la guerra con l’Iran.

Ci sono tuttavia ragioni convincenti per cui l’uso di truppe di terra dovrebbe essere escluso. Primo, nel 2016 e nel 2024 una delle principali promesse elettorali di Trump era evitare gli errori delle guerre americane in Afghanistan e Iraq. Se Trump dovesse impegnarsi in un uso su larga scala di forze di terra, alienerebbe la parte non-interventista della sua base politica e rischierebbe una più ampia perdita di consenso tra gli americani stanchi di nuovi pantani mediorientali.

Secondo, qualsiasi uso di forze di terra in Iran sarebbe probabilmente pericoloso. Ad esempio, conquistare il principale impianto petrolifero iraniano sull’isola di Kharg sarebbe molto rischioso e causerebbe certamente vittime americane. Allo stesso modo, se gli Stati Uniti volessero impedire all’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, probabilmente dovrebbero inviare un numero significativo di truppe di terra nella regione costiera iraniana. Il consenso dell’opinione militare sembra essere che, come l’opzione Kharg, anche questa comporterebbe perdite significative per gli USA.

C’è un altro scenario discusso che coinvolge truppe di terra: usare forze speciali per impadronirsi delle scorte iraniane di materiale altamente arricchito, gran parte del quale si ritiene sia sepolto sotto le macerie dell’impianto nucleare di Isfahan bombardato dagli Stati Uniti la scorsa estate. Non c’è un chiaro consenso sul fatto che tale operazione sia effettivamente fattibile. Anche chi crede che sia possibile ammette che sarebbe un’impresa straordinariamente complessa e che alcune vittime americane sarebbero inevitabili.

In sintesi: non ci sono buone opzioni per l’uso di forze di terra americane contro l’Iran. Ma questo non significa che possiamo essere certi che Trump — un noto giocatore d’azzardo — non ci proverà”.

Molti osservatori sostengono che Teheran stia conducendo una campagna di guerra asimmetrica efficace che ha colto Washington di sorpresa. Secondo lei, l’amministrazione Trump non aveva davvero previsto che l’Iran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz imponendo un costo molto alto non solo agli Stati Uniti ma anche a tutti i suoi partner regionali?

“È quasi incomprensibile che Trump non si sia reso conto che l’Iran avrebbe risposto all’attacco di USA e Israele chiudendo il Golfo. Gli Stati Uniti hanno iniziato a pensare seriamente ai rischi di sicurezza nel Golfo Persico nel 1979/80 in risposta alla guerra Iran-Iraq e all’invasione sovietica dell’Afghanistan. In seguito a questi eventi è stato creato il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) proprio per salvaguardare gli interessi americani nella regione del Golfo Persico, inclusa la garanzia di non perdere l’accesso al petrolio. Sembra che a Trump sia stato riferito che esisteva il rischio che l’Iran rispondesse a un attacco chiudendo lo Stretto di Hormuz. Lui ha scioccamente ignorato questo avvertimento”.

Come giudica la posizione dell’Europa in questo contesto? Il presidente Trump ha persino litigato pubblicamente con Papa Leone e con la premier italiana di destra Giorgia Meloni. Qual è la sua valutazione complessiva dell’approccio europeo?

“Le relazioni transatlantiche sono a uno dei punti più bassi dall’inizio della Guerra Fredda. Le frizioni tra USA ed Europa risalgono a molto tempo fa. Non sono iniziate con Trump. Ma Trump le ha enormemente peggiorate. L’amministrazione Trump non ha consultato né tantomeno informato l’Europa prima di iniziare la guerra contro l’Iran. Gli europei sono perfettamente giustificati nell’invocare la regola del Pottery Bari: se lo rompi, te lo tieni. Trump l’ha rotto e questo disastro è suo.

Guardando avanti, gli europei devono rendersi conto che anche dopo Trump avranno bisogno di raggiungere quella che il presidente francese Macron chiama “autonomia strategica”. Il mondo è cambiato dal 1945. La NATO era uno strumento della Guerra Fredda, e la Guerra Fredda è finita. Ci sono ragioni convincenti per cui gli Stati Uniti dovrebbero disimpegnarsi dal loro impegno per la sicurezza europea. Purtroppo Trump non le ha invocate, e il suo approccio da elefante nelle relazioni transatlantiche ha reso difficile per USA ed Europa avviare un dialogo serio e rispettoso su come costruire una nuova relazione di sicurezza tra gli Stati Uniti e un’Europa strategicamente indipendente”.

Nel suo libro The Peace of Illusions e nei lavori successivi sostiene che il Medio Oriente non è un’area vitale per la sicurezza nazionale americana. Alla luce di questa tesi, l’ossessione degli Stati Uniti per l’Iran — espressa attraverso sanzioni, basi militari e alleanze con Israele e Arabia Saudita — rafforza o indebolisce la posizione strategica globale dell’America? Soprattutto ora che Cina e Russia stanno ridisegnando l’equilibrio internazionale di potere?

“Rispetto al Golfo Persico e al Medio Oriente in generale, gli Stati Uniti sono come Michael Corleone nel Padrino: ogni volta che cerchiamo di uscirne, veniamo risucchiati dentro. Nel suo classico libro Ascesa e declino delle grandi potenze, lo storico Paul Kennedy ha coniato il termine imperial overstretch (sovraestensione imperiale). A un certo punto le grandi potenze diventano strategicamente sovraestese e mancano delle risorse per soddisfare tutti i loro impegni geopolitici e interni. L’antidoto alla sovraestensione è il ridimensionamento: ridurre gli impegni esteri per riportarli in equilibrio con le risorse disponibili.

In retrospettiva, almeno intellettualmente, l’amministrazione Obama era avanti. Sia negoziando l’accordo nucleare con l’Iran, sia più in generale rendendosi conto che gli Stati Uniti erano strategicamente sovraestesi. Il suo “pivot to Asia” riguardava proprio il riorientamento di risorse e attenzione dal Medio Oriente verso l’Asia. Si può dissentire dall’approccio dell’amministrazione Obama e dei suoi successori verso la Cina, ma quell’amministrazione merita comunque credito per aver capito che gli Usa avevano un problema di imperial overstretch“.

Se lei fosse il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, quale strategia alternativa proporrebbe per gestire il programma nucleare iraniano e la sua influenza regionale? Una strategia coerente con la sua visione di offshore balancing e di ridimensionamento selettivo dagli impegni aperti in Medio Oriente?

“Innanzitutto cercherei di riconquistare l’autonomia americana nella politica mediorientale. Gli Stati Uniti hanno — e devono avere — un impegno per garantire la sopravvivenza di Israele. Questo è diverso dal fatto che la politica Usa sia dettata da Benjamin Netanyahu e dal suo governo di nazionalisti estremi, o da AIPAC. E questo vale soprattutto nei rapporti con l’Iran. Le paure israeliane riguardo all’Iran post-1979 sono in parte irrazionali. Ma si alimentano dell’avversione per il regime iraniano che l’establishment di politica estera americano nutre dal 1979/80, dalla crisi degli ostaggi seguita alla presa del potere della Repubblica Islamica dopo la caduta dello Scià.

Secondo, incoraggerei i decisori politici americani a riesaminare le loro percezioni e i pregiudizi sull’Iran. In un recente libro, Enduring Hostility: The Making of America’s Iran Policy, l’esperta di Iran Dalia Dassa Kaye ripercorre la storia dei travagliati rapporti USA-Iran e invita i policymakers americani a rivedere le assunzioni sull’Iran che impediscono una distensione tra Washington e Teheran. Superare decenni di ostilità reciproca non sarà facile. Ma fare lo sforzo sembra preferibile a combattere quella che sembra una successione infinita di guerre in Medio Oriente”.

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