La richiesti di fondi avanzata dal comando dell’Indo-Pacifico al Congresso per i prossimi anni è di 20 miliardi di dollari. Investimenti necessari a mantenere l’attuale vantaggio strategico sulla Cina, ma anche per modernizzare le infrastrutture a scopi difensivi e aumentare le esercitazioni con i partner dell’area. Una lunga lista “della spesa” presentata dall’ammiraglio Philip Davidson, nella quale sono richiesti fondi per aumentare la cooperazione internazionale, per investimenti infrastrutturali e per potenziare le attuali capacità delle forze dispiegate nell’area.

Le attuali capacità e il futuro

In totale sotto il comando dell’ammiraglio Davidson ci sono circa 375.000 effettivi, inquadrati nei rispettivi comandi di Esercito (US Army Pacific), Marina (US Pacific Fleet), Aeronautica (US Pacific Air Forces) Marines (Marine Forces Pacific). Agli uomini dispiegati nella regione che va praticamente dalla costa occidentale degli Stati Uniti fino al confine tra India e Pakistan, vanno aggiunte le circa 400 navi (tra cui 5 gruppi da battaglia delle portaerei), gli aerei e gli elicotteri imbarcati e dispiegati nelle varie basi, oltre ai mezzi terrestri e da sbarco. Numeri che fanno del comando dell’Indo-Pacifico uno tra i più grandi comandi unificati degli Stati Uniti, anche per via dell’importanza strategica rivestita dalla sfida portata dalla Cina.

Per questo motivo nella richiesta di budget per il quinquennio 2022-2026 è stato chiesto al Congresso di aumentare gli sforzi affinché possa essere possibile mantenere questi standard, aumentando laddove possibile le capacità. L’obiettivo è quello di gettare le basi per una nuova strategia che garantisca agli Stati Uniti di tornare in vantaggio sulla Cina in tutti gli aspetti militari, permettendo al comando stanziato alle Hawaii di diventare un punto di riferimento per tutti i Paesi dell’area. Non solo però, perché gli investimenti volti a potenziare le capacità difensive e offensive dovrebbe scongiurare ogni iniziativa militare da parte degli avversari dell’area, specialmente perché sarebbero costretti a operare “in inferiorità” e a costi economici estremamente elevati. Una capacità ulteriori di deterrente che darebbe il vantaggio di assicurare la pace e di favorire il dialogo politico-diplomatico tra Paesi.

Il “limite” a questa strategia per il futuro dell’Indo-Pacifico è costituito dall’elevato costo economico, per il quale ci vorrebbero -almeno- 20 miliardi di dollari da investire nei prossimi cinque anni. Il tutto, però, servirebbe per bissare quanto fatto con la European Deterrence Initiative per dissuadere la Russia a intraprendere nuove iniziative militari in Europa. La Pacific Deterrence Initative (Pdi), ovviamente, sarebbe focalizzata sulla Cina e, in parte, sulla Corea del Nord. Un’idea apprezzata al Congresso pronto a stanziare fondi nel prossimo bilancio della Difesa permettendo di gettare le basi per la creazione della Pdi.

Le richieste del Comando

Per arrivare a ciò, stando ai dati riportati da Defense News, servirebbero investimenti miliardari tali da permettere un aumento delle capacità offensive -tramite anche l’elaborazione di nuove tattiche e strategie-, un rafforzamento dei rapporti con gli alleati e i partner locali -attraverso esercitazioni congiunte anche su aspetti di guerra non convenzionale- e un miglioramento dell’attuale apparato logistico e di supporto. La priorità difensiva sarebbe Guam, dove sorgono -per via della posizione strategica dell’isola- la principale base aerea e navale dell’area che copre l’Oceano Pacifico e la parte orientale dell’Oceano indiano. Il potenziamento difensivo non dovrebbe riguardare solo gli aspetti infrastrutturali, ma anche i sistemi antinave, antiaerei e antimissile. Solo in questo modo sarebbe assicurata la copertura completa alle basi di Guam e di una gran parte del Pacifico, tramite la messa in servizio dei nuovi missili da crociera a lungo raggio navali (Maritime Strike Tomahawk) e terrestri (Jassm-Er, Joint Air-to-Surface Standoff Missile-Extended Range) e l’installazione di radar ad alta frequenza a Palau e nelle Hawaii, capaci di rilevare anche eventuali missili ipersonici e minacce provenienti dall’orbita terrestre. L’obiettivo finale sarebbe quello di creare una linea difensiva di nuova generazione che tagli il globo da Nord a Sud, limitando così ogni tentativo ostile di accedere al territorio o allo spazio aereo statunitense.

A questi investimenti vanno aggiunti anche quelli da destinare alla costruzione di nuove basi -di dimensioni ridotte rispetto alle attuali- nei territori dei Paesi partner e alleati della regione, favorendo anche lo sviluppo di una rete viaria e ferroviaria necessaria per lo spostamento veloce delle truppe a terra in caso di necessità. Le relazioni con gli Stati dell’area non si baserebbero solo sugli investimenti, bensì anche sulla cooperazione tecnologica e militare attraverso esercitazioni congiunte per standardizzare le tattiche e le procedure operative.

Lo scopo: contenere la Cina

Alle misure prettamente militari, però, secondo l’ammiraglio Davidson andrebbero aggiunte le tradizionali campagne politiche condotte dal Dipartimento di Stato, da quello della Difesa e dalla Casa Bianca per rinsaldare le relazioni con i Paesi dell’area. Per quel che riguarda i cittadini, invece, la richiesta che arriva dal Comando dell’Indo-Pacifico è di aumentare gli investimenti sulle campagne di guerra psicologica, incentrandole nei confronti della contropropaganda cinese portata avanti tramite i media tradizionali e non.

Impegno finanziario che probabilmente sarà approvato dal Congresso intenzionato a contenere l’espansionismo della Cina nell’area dell’Indo-Pacifico, considerata cruciale al pari dell’Europa per la sicurezza degli Stati Uniti e per il Mondo intero.