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Nel 1949, l’Esercito popolare di liberazione cinese (Epl) cercò per la prima volta di conquistare Taiwan. In Cina, la guerra civile era appena terminata con la vittoria del Partito Comunista Cinese guidato da Mao Zedong. I nazionalisti del Kuomintang e il loro leader, il generale Chiang Kai Shek, furono costretti a lasciare la terraferma e fuggire, in fretta e furia, nell’ex Formosa, dove sarebbe sorta la Repubblica di Cina. Le due “Cine” rivendicavano di essere l’unica e sola Cina legittima.

La notte del 25 ottobre, un’armata dell’esercito cinese composta da centinaia di imbarcazioni da pesca in legno salpò verso l’arcipelago delle Isole Kinmen (o Quemoy). L’obiettivo di Pechino era duplice: dare il colpo di grazia ai nazionalisti e conquistarne la roccaforte. I comandanti cinesi ritenevano, infatti, che prima di lanciare l’assalto finale a Taiwan si dovessero prima controllare Kinmen e le Isole Matsu. Così fu fatto. O, almeno, fu fatto un tentativo.

Errori del passato

Il piano dei comunisti prevedeva un attacco alle Kinmen dalle vicine Aotou, Dadeng e Lianhe. I soldati sarebbero invece attraccati “a ondate”: novemila uomini avrebbe dovuto costruire una prima testa di ponte. In seguito, sarebbero attraccati altri diecimila soldati sull’isola di Greater Kinmen, prevedendo di conquistarla in tre giorni.

Questo piano conteneva errori piuttosto importanti che ne avrebbero compromesso l’esito. Innanzitutto, i comunisti avevano erroneamente stimato che sull’intesa isola ci fossero solo 12mila soldati nemici, per di più reclute e resti demoralizzati di unità arruolate e sopravvissute alle sconfitte rimediate sulla terraferma cinese.

Immaginando che un attacco dell’Epl fosse imminente, nelle settimane precedenti l’invasione, i comandanti nazionalisti ordinarono la costruzione di fortificazioni. A ottobre, le truppe del Kuomintang avevano costruito intorno a Kinmen circa 200 bunker e piazzato quasi 8mila mine antiuomo, oltre a vari ostacoli per impedire il transito di mezzi rivali sulle principali spiagge di approdo. La guarnigione nazionalista, inoltre, non era formata da sprovveduti ed era ben equipaggiata, ed era costituita da almeno 30mila effettivi (e non da 12mila, come ritenuto da generali di Mao), senza contare i potenziali rinforzi (altri 10mila circa).

L’altro grande errore dell’Epl fu operativo. I comunisti avevano previsto uno sbarco in tre punti (il principale a Guiningtou) ma, a causa dei venti, delle acque agitate e delle loro fragili imbarcazioni, molti di loro finirono altrove. La mossa non riuscì a spezzare in due le difese dell’isola che, pare per puro caso, si accorsero dell’invasione in corso.

Complice l’alta marea, diverse imbarcazioni cinesi si stavano avvicinando il più possibile alla spiaggia. Quando però iniziò la bassa marea, la maggior parte delle barche rimase intrappolata. Come se non bastasse, i soldati cinesi in avvicinamento furono falcidiati dall’artiglieria dei nazionalisti. Le imbarcazioni dell’EPL spiaggiate furono distrutte. Era il preludio al fallimento che sarebbe arrivato nelle 24 ore successive.

Difendersi dal nemico

La rievocazione estremamente sintetica della Battaglia di Guningtou è interessante per almeno due ragioni. La prima: qualora la Cina, oggi, volesse attaccare Taiwan, Pechino partirebbe dalle Kinmen, vicinissime alle coste cinesi. La seconda ragione è prettamente tattica: l’attuale piano difensivo di Taipei sembra rievocare la difesa messa in atto a Guningtou.

L’assunto base è semplice: le forze corazzate taiwanesi metterebbero nel mirino le forze anfibie dell’Epl quando la flotta nemica si troverebbe ancora a 2-3 chilometri dallo sbarco. C’è solo un piccolo problema. Questa teoria è efficace, ma solo supponendo che l’esercito della Repubblica Popolare non abbia intenzione di sparare dal mare, né di fare ricorso ai mezzi di sbarco Landing Craft Air Cushion o ad altre risorse di schieramento rapido per “scaricare” velocemente le unità sulla costa durante l’avvio della fase anfibia.

In un’eventuale attacco, inoltre, le brigate di artiglieria dell’Epl avrebbero quasi sicuramente il compito di scovare i propri bersagli, offrendo ulteriore copertura. Taiwan dovrebbe mettere in conto tutto questo. Anche perché, a proposito di Guningtou, vale la pena ricordare che lo stesso Epl ha da tempo analizzato i suoi errori. Meno di un anno dopo da quella disfatta, nel 1950, Pechino è riuscita a portare a termine un’operazione anfibia su un’isola molto più grande delle Kinmen: Hainan.

Lezioni dal passato

Nel caso in cui dovesse verificarsi un’invasione anfibia di Taiwan, la fase di sbarco dell’Epl avverrà sicuramente dopo che saranno già stati messi in atto attacchi a lungo raggio e operazioni di blocco. L’Epl, infatti, avrà ben poca voglia di ripetere i suoi errori, preferendo invece un “approccio Desert Storm” o “Changchun”.

Dal punto di vista cinese, inoltre, c’è da dire che l’Epl si addestra continuamente alle operazioni anfibie. In vari filmati diffusi dalla Cctv si possono osservare i soldati prepararsi all’azione ma anche, talvolta, incontrare problemi inattesi. L’addestramento anfibio dell’esercito cinese contempla infatti la presenza problemi del genere – a volte casuali, altre volte voluti – per consentire ai comandanti di improvvisare e cercare soluzioni sul campo.

Come se non bastasse, le esercitazioni effettuate ad agosto lasciano presupporre che l’Epl, schierando elicotteri d’attacco a bordo delle Landing Helicopter Dock, intenda utilizzare i suddetti elicotteri contro i difensori costieri taiwanesi. Insomma, Taiwan fa bene a riproporre una difesa come quella adottata nel 1949 nella Battaglia di Guningtou. Dovrebbe però andare oltre, onde evitare il rischio di essere travolta da Pechino nonostante la poca esperienza cinese negli sbarchi e l’ombrello americano.

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