I 3,5 milioni di chilometri quadrati del Mar Cinese Meridionale, una delle zone più calde dell’intera Asia, delimitano i confini di un ring all’interno del quale si scontrano le istanze della Cina, di numerosi vicini del Dragone e degli Stati Uniti. Il motivo è semplice: oltre a comprendere al suo interno rotte commerciali affollatissime, quest’area ospita ricchi giacimenti di gas e olio. Le sue acque sono quindi cariche di tensioni a causa delle reciproche rivendicazioni di Vietnam, Filippine, Brunei, Malesia, Taiwan e Cina, sia per quanto riguarda l’estensione dei rispettivi confini marittimi quanto per la sovranità di alcune isole. Ora che Pechino non è più un Paese povero e debole, il Dragone ha iniziato a fare la voce grossa per prendersi quello che, secondo il Partito Comunista cinese, gli spetterebbe di diritto. Non la pensano così né gli altri Stati asiatici della regione, né gli Stati Uniti, la cui presenza nel Mar Cinese Meridionale fa letteralmente andare in bestia la Cina. Basti pensare che da queste parti transitano ogni anno merci per un valore complessivo di 5 miliardi di dollari, un quarto delle quali di proprietà americana.

L’allarme della Cina

A proposito degli Stati Uniti, come fa notare il South China Morning Post, quest’anno Washington ha tenuto nella regione indo-pacifica almeno 85 esercitazioni militari congiunte con i loro alleati asiatici nel tentativo di contrastare l’ascesa di Pechino, in particolare nel Mar Cinese Meridionale. Le esercitazioni effettuate tra gennaio e novembre hanno avuto dimensioni variabili, anche se il loro duplice obiettivo è sempre stato lo stesso: rafforzare la presenza americana in un’area sensibile e, al tempo stesso, rinforzare le capacità di difesa dei partner Usa. Vari think tank cinesi hanno lanciato un allarme non da poco che ha scatenato la reazione dell’opinione pubblica locale: “Attraverso queste esercitazioni gli Stati Uniti stanno migliorando la loro interoperabilità con le altre nazioni e stanno rafforzando la presenza militare per contenere l’ascesa della Cina come potenza marittima”.

Il piano degli Stati Uniti

Sempre considerando il periodo compreso tra gennaio e novembre, le Filippine sono state coinvolte in almeno 16 esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti. A seguire, in questa particolare classifica, troviamo la Thailandia (9 volte) e Singapore (6). Più il tempo passa, avvisa la Cina, e più “gli esercizi americani stanno diventando più professionali con obiettivi più chiari”. Come se non bastasse, gli Stati Uniti sono stati accusati da Pechino di aver invitato altri alleati a prender parte alle esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale con l’intenzione di “trascinare più nazioni” (il chiaro riferimento è a Giappone, India e Australia) in una questione prettamente cinese. Washington continua a sottolineare di come le forze americane stiano conducendo nell’area semplici operazioni di libera navigazione, anche se Pechino le considera tutte violazioni della propria sovranità. Venerdì il comandante della flotta del Pacifico Usa, John Aquilino, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “in concorrenza con la Repubblica popolare cinese” e che il governo americano condivide valori comuni con i suoi alleati asiatici. L’intenzione del Pentagono è evidente: creare un compatto sistema di alleanze nell’area indo-pacifica per schiacciare l’espansione cinese. Già, perché nel caso in cui il Dragone riuscisse a diventare anche una temibile forza marittima, la situazione per la Casa Bianca si complicherebbe. Meglio dunque giocare d’anticipo e annientare sul nascere ogni possibile minaccia.