Il piano approvato all’Onu “scarica” la Palestina e si dimentica dell’apartheid

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Lunedì il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano di Donald Trump per mettere fine alla guerra nella Striscia di Gaza. Con 13 i voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina, prevede una lunga fase di transizione sotto il controllo diretto degli Stati Uniti, il dispiegamento di una forza internazionale di sicurezza per una durata non definita e l’istituzione di una specie di governo di transizione presieduto da Trump. C’è anche un vago, vaghissimo riferimento a un futuro – molto ipotetico – Stato palestinese.

È, nelle intenzioni, la “fase due” dell’accordo che Hamas e Israele avevano accettato a ottobre, avviando il cessate il fuoco che per ora sta reggendo, pur tra occasionali incursioni israeliane e le continue violenze dei coloni in Cisgiordania.

Il punto più innovativo e anche più delicato del piano è la creazione della “Forza di stabilizzazione internazionale” o Isf, che dovrebbe operare dentro la Striscia. Non sarà sotto mandato Onu e verrà costituita con la collaborazione dell’Egitto e di Israele. Dovrà garantire la sicurezza finché Hamas non sarà disarmato e finché Gaza non sarà “ricostruita e capace di una qualche forma di governo autonomo”.

Gli obiettivi sono molto ambiziosi e per ora poco dettagliati. La risoluzione chiede all’Isf anche di addestrare un corpo di polizia palestinese indipendente, considerando che l’attuale polizia operante nella Striscia è controllata da Hamas. Il tutto avverrà mentre Israele ritirerà gradualmente i suoi soldati, ma solo quando la forza internazionale sarà “in grado” di prendere il controllo del territorio: quindi senza tempistiche precise.

La questione centrale resta il disarmo di Hamas, che il gruppo non ha mai accettato. Molti stati arabi che potrebbero teoricamente contribuire con dei soldati hanno già fatto capire di non voler partecipare a scontri diretti con Hamas: l’opinione pubblica interna non sopporterebbe di vedere degli arabi uccidere altri palestinesi. E questo è un ostacolo rilevante per la realizzazione del piano.

La risoluzione fissa poi diversi precedenti pericolosi. La risoluzione non fa riferimento ad alcuna decisione precedente del Consiglio di sicurezza, né agli accordi israelo-palestinesi, né al quadro giuridico che dagli anni Novanta definisce lo status dei territori occupati. Di fatto il contesto politico del conflitto viene rimosso del tutto. È come se la questione palestinese fosse iniziata il 7 ottobre.

Il controllo di Trump

Il testo affida a Trump un controllo diretto e pressoché totale sulla Striscia per i prossimi due anni, attraverso un’entità ancora indefinita chiamata “Peace Council”, i cui membri saranno scelti esclusivamente da lui. Viene esclusa ogni partecipazione dell’Autorità Palestinese e viene acutizzata la separazione politica fra Gaza e Cisgiordania: la prima che rimane quasi completamente distrutta, la seconda sempre più ridotta a un apartheid d’asfalto.

La risoluzione dice che se l’Autorità Palestinese introdurrà alcune riforme e se la ricostruzione di Gaza procederà secondo i piani, “potranno esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”. Si tratta di un linguaggio simile a quello usato in passato da vari governi israeliani – incluso quello di Netanyahu – per rinviare sine die la questione dello stato palestinese. sostenendo che prima devono esserci condizioni di sicurezza adeguate. Russia e Cina hanno scelto l’astensione proprio a causa di questa vaghezza.

La formulazione è un calcio nel sedere alle richieste di vari Stati, in particolare europei, che volevano un riferimento più esplicito, e l’opposizione del governo israeliano. Netanyahu ha ribadito ancora domenica: “La nostra opposizione a uno Stato palestinese su qualunque territorio non è cambiata”. Trump non sembra mettergli fretta.

E il sostegno di Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e degli altri Paesi coinvolti? Va visto come interlocutorio: ognuno ha sostenuto la risoluzione, anche a costo di far sentire presi in giro i palestinesi, chiedendo qualcosa in cambio dagli Stati Uniti: garanzie di sicurezza, accordi bilaterali o finanziamenti. Nei prossimi giorni dovrebbero emergere i dettagli degli impegni presi dietro le quinte.

A un mese dall’inizio del cessate il fuoco, Hamas ha liberato tutti gli ostaggi ancora vivi e consegnato i resti di altri ostaggi e soldati israeliani uccisi durante la prigionia. Israele ha a sua volta liberato centinaia di prigionieri palestinesi. Il rischio che tutto crolli rimane alto. Hamas ha già espresso opposizione alla risoluzione e non ha mai accettato l’idea di un disarmo. Tutt’altro che scomparsa, potrebbe mantenere controllo su parti della Striscia mentre negozia con Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto il proprio futuro. Netanyahu, che ha sempre trattato l’ipotesi di una forza internazionale con molta cautela, potrà sempre sostenere di aver fatto la sua parte: il peso di eventuali violazioni ricadrà su altri attori.

È un quadro estremamente fluido e instabile. Qualcuno lo ha descritto con un’espressione che circola da settimane fra i diplomatici: “tutto questo sta in piedi su zampe di gallina”. Per il momento, le uniche consolazioni per i palestinesi è la fine dei bombardamenti sistematici e un’opinione pubblica mondiale radicalmente cambiata. Non è poco, ma è ancora troppo poco.