Il perché della telefonata di Trump al generale Haftar

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“A ciascuno il suo”, verrebbe quasi da dire parafrasando il titolo di un noto romanzo di Leonardo Sciascia: Haftar non deve fare la guerra e prendere Tripoli manu militari. il “suo”, agli occhi degli Usa e della comunità internazionale, ce l’ha già ed è costituito dalla “lotta al terrorismo”. Così si può sintetizzare il confronto telefonico tra il generale della Cirenaica ed il presidente statunitense Donald Trump. Gli Stati Uniti non chiudono la porta al generale riconoscendogli l’importanza della sua guerra contro il terrorismo. Ma, per l’appunto, Haftar è proprio lì che deve fermarsi: con il suo Lna non può deve andare oltre, con i suoi uomini non deve andare oltre quello che è già “suo” e che riguarda la lotta agli islamisti.

La moderazione di Trump

Gli Usa nel 2016, quando alla presidenza vi è Barack Obama, appaiono ben invischiati nello scacchiere libico. Sono loro i primi ad appoggiare il governo di Al Sarraj e a riconoscerlo, con l’Italia che poco dopo si aggrega e piazza i suoi uomini a Misurata nell’ambito della missione Ippocrate. Proprio i rapporti con il nuovo esecutivo di Tripoli, nato a sua volta dagli accordi di Skhirat, permettono a Washington di avviare l’operazione contro l’Isis a Sirte: i raid con i caccia che decollano da Sigonella contribuiscono a far avanzare le milizie di Misurata, fedeli ad Al Sarraj, contro i miliziani del califfato. Poi con l’arrivo di Trump, gli Usa si defilano. A giugno l’Italia strappa la promessa di un impegno americano a favore di una cabina di regia guidata da Roma sulla Libia. Per questo dunque, non ci si aspetta che il primo reale intervento del governo di Washington sul dossier libico, da quando lo scorso 4 aprile è iniziata la battaglia per la presa di Tripoli, riguardi una telefonata ad Haftar.

Secondo quanto riportato dalla Reuters, “Trump ha riconosciuto il ruolo significativo del maresciallo Haftar nella lotta al terrorismo e nella sicurezza delle risorse petrolifere della Libia, le due parti hanno discusso di una visione condivisa per la transizione della Libia verso un sistema politico stabile e democratico”. Parole che si prestano a più interpretazioni. Da un lato c’è senza dubbio un riconoscimento del ruolo di Haftar, dall’altro però non appare alcun disconoscimento del governo di Al Sarraj. Semplicemente, per l’appunto, il generale deve fare il suo da generale, poi solo dopo sedersi al tavolo politico. In poche parole, l’invito è ad un cessate il fuoco “addolcito” dal riconoscimento del ruolo di Haftar nel contesto libico. Circostanza che, agli occhi dell’uomo forte della Cirenaica, appare senza dubbio un grosso passo in avanti meritevole di attenzione politica e diplomatica.

La telefonata Trump-Haftar vista dall’Italia

Difficile dire se la chiamata che il presidente americano rivolge al generale libico è figlia di un’altra telefonata, quella cioè tra lo stesso Trump ed il presidente del consiglio Conte. I retroscena parlano di un governo italiano a cui viene chiesto dall’inquilino della Casa Bianca un contraccambio identificato nel riconoscimento di Guaidò in Venezuela per dare una mano a Roma. Il colloquio con Haftar potrebbe tutto sommato non dispiacere in effetti al governo di Conte: si invita Haftar a rallentare, a combattere il terrorismo senza però muovere guerra ad Al Sarraj, ad essere attore riconciliante piuttosto che generale guerrafondaio.

E questo, tutto sommato, è un po’ quello che si aspetta l’Italia: una tenuta provvisoria del governo di Tripoli, accompagnato da un riconoscimento del ruolo militare di Haftar. La richiesta alla collaborazione per una “Libia stabile e democratica” fatta da Trump al generale potrebbe essere intesa sotto questa ottica. Di certo, a prescindere dalle interpretazioni da dare al caso, il colloquio tra Washington e Bengasi segna un ritorno degli Usa sullo scenario libico.