Anche in una città come Tripoli, abituata da più di un decennio alla guerra e a continui periodi di instabilità, piangere 55 vittime a causa degli scontri ha rappresentato un duro impatto con la realtà. La scorsa settimana, nelle aree circostanti l’aeroporto di Mitiga (l’unico funzionante nella capitale libica) si è combattuto strada per strada tra due fazioni: da una parte la forza di deterrenza nota con il nome di “Rada“, dall’altra la Brigata 444. Il numero di morti è stato il più alto a Tripoli dal 2020, da quando cioè è terminata la battaglia lanciata dal generale Haftar per la conquista della città.
Anche per questo è subito intervenuta una mediazione, curata sia a livello politico che tribale. Ma gli strascichi di quanto accaduto non mancheranno di far sentire i propri effetti già nei prossimi giorni. Sia a livello interno che internazionale. Con l’Italia che guarda da spettatrice molto interessata: sono in ballo infatti gli sforzi diplomatici effettuati dal governo negli ultimi mesi.
Gli scontri della scorsa settimana
L’aeroporto di Mitiga rappresenta l’unico vero accesso da o verso Tripoli. Spostarsi lungo la strada litoranea dalla Tunisia o da Misurata è molto rischioso, l’altro grande scalo della capitale, quello situato nell’area di Qasr Bin Gashir, è andato distrutto durante gli scontri del 2014. Controllare Mitiga vuol dire quindi mettere le mani sulla porta di ingresso più importante della Libia. La delicatezza dell’area è sottolineata anche dai frequenti scontri che hanno interessato lo scalo negli anni passati. Sono molte le fazioni in lotta per contendersi la zona.
La Rada, la forza di deterrenza alle dirette dipendenze del ministero dell’Interno, è quella ufficialmente incaricata di sorvegliare l’area. Anche se si tratta di un insieme di ex milizie assorbite poco meno di un decennio fa per dar vita a una forza fedele al governo, dalla loro hanno armi, equipaggiamenti e appoggio da parte del ministero. Ci sono però anche altre forze armate in grado di rivendicare il controllo su parte del territorio. Tra queste, la Brigata 444.
Nel giorno di ferragosto, la Rada ha arrestato proprio il comandante della 444, ossia il colonnello Mahmoud Hamza. Una mossa che ha contribuito a scoperchiare il vaso di Pandora della capitale libica. La reazione della Brigata è stata furiosa, la contro risposta della Rada non è stata da meno. Per almeno 24 ore Tripoli, e soprattutto i quartieri vicino l’aeroporto di Mitiga, è rimasta ostaggio degli scontri. Più di cento i feriti soccorsi negli ospedali più vicini, tra questi anche dei civili costretti a rintanarsi repentinamente in casa. E, ad oggi, almeno 55 le vittime.
Una calma apparente
Per fermare il nuovo pesante bagno di sangue, sono intervenute altre fazioni spinte dalla necessità di non veder ulteriormente deteriorata la situazione a Tripoli. A muoversi, come raccontato da AgenziaNova, sono stati anche membri del governo guidato da Abdul Hamid Ddeibah e rappresentati del capo di stato maggiore. Il cessate il fuoco tra Rada e Brigata 444 si è avuto dopo la consegna, ad opera della forza di deterrenza del ministero dell’Interno, di Mahmoud Hamza all’Agenzia per il sostegno alla stabilità. Quest’ultima è un’agenzia considerata neutrale e sorta proprio per dirimere i contrasti tra le varie fazioni.
Finiti gli scontri, a Tripoli non sono stati avvertiti altri rumori di arma da fuoco. Le violenze per il momento sono terminate. La calma è però solo apparente. La scia di sangue ha lasciato dietro di sé molte tensioni non del tutto arginate. Lo spettro di nuovi scontri e nuovi combattimenti urbani non è stato definitivamente allontanato.
Il rischio di un nuovo periodo di instabilità
Anche l’Onu ha espresso le sue preoccupazioni per i recenti fatti in Libia. Il Consiglio di Sicurezza il 22 agosto si è riunito proprio per esaminare il dossier, alla luce degli scontri a Tripoli. Un ulteriore segno di come i timori per un’ulteriore destabilizzazione coinvolgono diversi attori internazionali. A partire dall’Italia. Il nostro Paese negli ultimi mesi ha attuato molti sforzi diplomatici puntando su un rapporto ben consolidato con il governo di Ddeibah. Un rapporto che ha portato alla firma di diversi accordi, sia economici che di sicurezza. Con un occhio, su quest’ultimo aspetto, alla difficile situazione sul fronte migratorio.
In caso di ulteriore destabilizzazione della situazione a Tripoli, Roma potrebbe temere una parziale messa in discussione dei patti siglati di recente. Una minore presa dell’attuale governo libico sulla capitale, renderebbe precari gli equilibri politici nati lungo le due sponde del Mediterraneo.
Pressione su Ddeibah?
Eppure apparentemente, subito dopo gli scontri, qualcosa si è mosso. Martedì è arrivato l’annuncio dell’unificazione della Banca Centrale libica, divisa fino a oggi tra quella stanziata a Tripoli e quella invece con sede nell’est del Paese e quindi nella regione controllata dal generale Haftar. Mercoledì invece Usa e Onu hanno espresso il proprio parere favorevole alla creazione di un nuovo governo di unità nazionale, capace di portare il Paese al voto.
Sembrerebbero segnali positivi per un nuovo cammino verso la stabilità, ma che al tempo stesso potrebbero celare la volontà di diversi attori internazionali di archiviare l’esperienza del governo Ddeibah. Circostanza quest’ultima che potrebbe scatenare ulteriori reazioni, specialmente da parte delle forze più vicine all’attuale premier.
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