La geopolitica della corsa allo spazio
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La competizione geostrategica tra Usa e Cina scandisce accenti sempre più importanti, mentre le architetture del pensiero statunitense ora sembrano impegnate a tessere geometrie, utili a definire nuove politiche e metodologie contro i poteri “revisionisti” nell’Indo-Pacifico. Questo è quanto riporta il Journal of Indo-Pacific Affair, il quale spiega chiaramente, attraverso le parole del Colonnello Hoffman, nella pubblicazione intitolata: “The Assurance Imperative”, come la National Security Strategy guardi con preoccupazione le manovre di Pechino e Mosca in quell’aria. La risorsa riferisce testualmente che i timori di Washington sono orientati a contrastare la volontà di Cina e Russia nel “plasmare un mondo coerente con il loro sistema autoritario, che gli consente potere di veto sulle istituzioni, sull’economia, la sicurezza e le politiche diplomatiche di altre nazioni”.

L’analisi si focalizza, soprattutto, su come le policy cinesi tendano a destabilizzare tutte quelle regole definite da Washington ed i suoi alleati all’interno di un ordine programmatico costituito. E proprio per questo motivo la National Security Strategy starebbe ora pensando di riqualificare i concetti di “concorrente e competizione”, delineando tre nuovi punti fondamentali utili ad affrontare gli altri attori antagonisti nella gray zone

Abbandonata l’idea d’includere i propri avversari nel commercio globale ed all’interno d’istituzioni internazionali, con l’intento di trasformarli in partner affidabili, Washington ora lavora su tre principi, ovvero quelli del “contesto, della percezione e della prospettiva”. Questi tre punti sarebbero il nuovo Vangelo a stelle e strisce per gestire ed affrontare le sfide del futuro, sebbene i reali orientamenti di azione sembrerebbero voler inquadrare, però, la competizione con le grandi potenze, come una vera e propria “guerra di contro-insurrezione”. Tale manovra avrebbe, in realtà, il fine di garantire non solo la legittimità diplomatica, politica ed economica altrui, bensì tutelare un mondo libero fatto di “relazioni internazionali basate sulle regole” e non sull’autoritarismo, come è riportato nel rapporto “Vision and Principles for a free and open Indo-Pacific”.

La carta dei bombardieri Usa

A dar motore proprio ad una di queste prime manovre “free and open” è l’Air Force, la quale attraverso “la sua strategia modificata” punterebbe a sviluppare la cosiddetta “readiness” ovvero l’abilità della prontezza in teatro di guerra. Secondo quanto riportato dal Mitchell Institute for Aerospace Studies, sembrerebbe, infatti, che una congrua quantità di bombardieri della classe B-2 e B-52, sarebbe in forte aumento nel Pacifico. A dare conferma di questo risulterebbero le dichiarazioni del Generale Mark E. Weatherington, in funzione di comando dell’ottava forza aerea statunitense, nonché  Comandante del Joint-Global Strike Operations Center, il quale avrebbe riferito testualmente: “Stiamo effettuando un gran numero di operazioni con bombardieri, essi sono vitali per il mantenimento della pace e della stabilità”.

L’analisi degli armamenti riporta che il B-2 è un bombardiere pesante dotato di tecnologia per la bassa osservazione. Un velivolo strategico utilizzato per missioni a lungo raggio ed abile a raggiungere quote di 50.000 piedi. Ha una straordinaria capacità di penetrazione dei sistemi di difesa ed un’autonomia di oltre 6.000 miglia che lo rende operativo in poche ore ed in qualsiasi punto del pianeta. La flotta statunitense comprende anche un gruppo di B-52 appartenenti alla 5a Bomb Wing dislocata presso la base militare Andersen a Guam.

I velivoli hanno recentemente partecipato ad esercitazioni congiunte con l’Australia Defence Force nella Talisman Sabre 2021, raggiungendo livelli d’interoperatività senza precedenti. Le risorse aperte rivelano che il comunicato stampa dell’USAF abbia riportato che tali manovre siano in realtà in linea con l’obiettivo di difesa nazionale, il cui scopo è quello di essere “strategicamente prevedibile ed operativamente imprevedibile”. Secondo gli addetti al lavoro le nuove strategie punterebbero a rafforzare soprattutto la capacità degli alleati nel poter affrontare operazioni per il mantenimento di un Indo-Pacifico libero e aperto.

Ma l’invio di ulteriori bombardieri Usa nell’area non fa altro se non surriscaldare le tastiere degli analisti ormai pronte a delineare i profili di un imminente intervento del Pentagono. L’Atlantic Council, da parte sua, riporta che l’ex segretario di Stato Henry Kissinger descrive l’attuale “ambiente di sicurezza” come il più complesso e instabile dalla seconda guerra mondiale. A tal proposito, quindi, le preoccupazioni di Hoffman, su una possibile escalation, diventano fondate e troverebbero una reale conferma quando analizza che, sebbene i cinesi stiano operando attivamente in un contesto di “pace e guerra” con il fine di alterare il paradigma geopolitico, gli Usa, invece, dovrebbero affrettarsi modificare la loro pianificazione, perché in realtà l’America è già in guerra.

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