Gli Stati Uniti cercano nuovi acquirenti per il cacciabombardiere stealth di quinta generazione F-35 e sembra che li abbiano trovati in Europa. Come riportato da Reuters, il vice ammiraglio Mathias Winter, a capo dell’ufficio del Pentagono che sovrintende al programma Jsf, ha riferito al Congresso nella giornata di ieri che Polonia, Grecia e Romania sarebbero interessate all’acquisto del velivolo di Lockheed-Martin a cui partecipa anche l’Italia.

La notizia fa da corollario al rapporto di Winter in cui si afferma che il rateo di produzione dell’F-35 potrebbe subire un rallentamento se la Turchia fosse effettivamente esclusa dal programma, come paventato dalla decisione intrapresa dal Pentagono lo scorso lunedì di bloccare la cessione di alcune componenti fondamentali per la gestione del velivolo ad Ankara a seguito della scelta turca di proseguire all’acquisto dei sistemi missilistici da difesa aerea russi S-400.

Nuovi clienti per l’F-35

A quanto risulta Polonia, Romania e Grecia – storica rivale della Turchia – hanno espresso il loro vivo interesse per il caccia F-35 a cui si aggiungono Spagna e Singapore, quest’ultima già in trattativa con gli Stati Uniti per l’acquisto iniziale di 4 velivoli più l’opzione per altri otto, ma si parla anche di Finlandia, Svizzera e Emirati Arabi Uniti.

Se davvero arriveranno nuovi ordini l’F-35 si candida direttamente a diventare il “caccia Nato” per eccellenza come lo era stato, con discreto successo, l’F-16 negli anni ’80. Già il Belgio, infatti, a ottobre dell’anno scorso ha firmato un contratto del valore di 6,5 miliardi di dollari per l’acquisto di 34 F-35A che andranno a sostituire i 54 F-16 che ha attualmente in linea.

In quell’occasione il caccia americano aveva battuto la concorrenza europea rappresentata dall’Eurofighter Typhoon e dal Dassault Rafale, e non ce ne stupiamo trattandosi di velivoli che, benchè ancora validi, siano destinati a diventare rapidamente obsoleti con il sempre maggiore ingresso in servizio del nuovo velivolo made in Usa, in quanto appartenenti ad una generazione precedente rispetto all’F-35.

Come abbiamo avuto modo di dire in più di un’occasione l’F-35 rappresenta una piattaforma del tutto rivoluzionaria non tanto per le caratteristiche stealth, che ormai sono conosciute da almeno 30 anni, quanto per sua capacità di integrare in sé diversi sistemi di gestione delle risorse sul campo di battaglia in tempo reale permettendo al pilota di avare una situational awareness   (in italiano “consapevolezza della situazione”) mai vista prima.

Anche un messaggio per la Turchia?

Il rapporto del vice ammiraglio Winter al Congresso arriva a pochi giorni dalla notizia del “blocco” della vendita dell’F-35 alla Turchia e, proprio per questo, potrebbe essere un messaggio ad Ankara che lascia intendere che il programma farà a meno dell’apporto turco nonostante il ritardo nel rateo di produzione che, come da memorandum, potrebbe allungarsi di un tempo compreso tra i 45 ed i 90 giorni.

La Turchia è infatti coinvolta nel programma per un controvalore di circa 12 miliardi di dollari e provvede alla fornitura di parti del velivolo per tutta la flotta di F-35 presenti nelle varie forze aeree del mondo.

Le maggiori fornitrici sono la Alp Aviation, Ayesaş, Kale Aerospace, Kale Pratt & Whitney and TAI. In particolare la parte centrale di fusoliera sia in materiale composito che metallico, il rivestimento della presa d’aria del motore e i piloni per l’armamento aria-terra sono fabbricati dalla Tai; il mozzo posteriore del motore F135, i dischi in nickel-titanio e altre parti strutturali dalla Alp Aviation; il display panoramico dell’abitacolo e componenti dell’interfaccia in remoto per i missili aria-aria dalla Ayesaş; altre parti della struttura della fusoliera e della ali dalla Kale Aerospace mentre alcuni altre componenti della turboventola F135 dalla Kale Pratt & Whitney, succursale locale della ben nota fabbrica di motori aeronautici americana.

In totale la Turchia produce circa il 7% del velivolo e se dovesse essere confermata la sua esclusione il consorzio di produzione dovrebbe cercare nuovi fornitori. Questo, se da un lato rallenterebbe la produzione nei primi mesi, dall’altro rappresenterebbe un’occasione da non perdere per gli altri partecipanti al programma come l’Italia, che ha a Cameri (No) uno dei due soli centri di produzione – insieme a Nagoya in Giappone – al di fuori degli Usa per l’F-35.

Dalla Turchia alla Grecia

I 100 velivoli destinati alla Turchia, i cui primi erano in fase di consegna, potrebbero quindi finire sparsi tra Polonia, Romania e Grecia, generando magari non pochi malumori in quel di Ankara, da sempre rivale di Atene.

Oltre a rappresentare un colpo per l’industria locale, che perderebbe oltre alle commesse anche l’occasione di affinare il proprio know how con i futuri sviluppi dell’F-35, la Turchia si troverebbe a dover ripiegare su un altro velivolo di pari prestazioni (o inferiori) e sul mercato (o prossimi ad esserci) ne esistono ben pochi: il russo Su-57 ed i cinesi J-20 e J-31. Tutti velivoli “acerbi” e con un handicap fondamentale per Ankara: né Russia né Cina sarebbero disposte a cedere tecnologia o contratti di partnerariato per la loro produzione.

Intanto Atene potrà vedere in azione gli F-35 direttamente a casa propria. E’ infatti cominciata l’esercitazione Iniochos 2019 presso la base aerea di Andravida, nel Peloponneso, che vede presenti, oltre a Stati Uniti e Israele con i loro F-16 e gli Emirati Arabi Uniti coi Mirage 2000, anche l’Italia con sei Tornado e sei F-35A dell’Aeronautica Militare.