All’inizio di ottobre, nessuno poteva immaginarsi il ritorno di fiamma del Covid. Dopo un’estate diversa ma tranquilla, gli italiani erano pronti a riprendere in mano la loro vita. Certo, in attesa di un vaccino, anche i mesi a venire avrebbero continuato a essere contraddistinti dai soliti tre diktat anti contagio: mascherina, distanziamento e gel. Ma, intanto, c’era già chi si illudeva di trascorrere un Natale in famiglia, sperduto chissà dove in qualche località di montagna. Niente da fare: la curva epidemiologica è tornata improvvisamente a crescere, tanto da costringere il governo giallorosso a varare nuovi Dpcm per blindare l’Italia. Per la cronaca, non c’è stato un vero e proprio lockdown, anche se, nei fatti, l’impatto psicologico (e non solo quello) è stato identifico.

In quei giorni convulsi anche nel Nagorno-Karabakh, regione situata nel Caucaso meridionale, si stava consumando un’illusione: quella di un cessate il fuoco. Breve sintesi per capire di cosa stiamo parlando: da almeno 30 anni, Armenia e Azerbaijan sono alle prese con una guerra per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh, che non ha mai trovato alcuna vera soluzioni politica e pacifica. Lo scorso luglio si sono registrati nuovi scontri lungo i confini tra i due Paesi. Una nuova escalation militare, questa, che ha scosso l’intera area.

Peggiora la crisi in Nagorno Karabakh

Dopo settimane a dir poco complicate, a metà ottobre, i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaijian si erano incontrati a Mosca grazie alla decisiva mediazione del Cremlino. Che il peggio fosse alle spalle? Le premesse non erano affatto buone, almeno a giudicare dalle parole rilasciate da Jeyhun Bayramov, ministro azero: “Gli accordi siglati? Dureranno giusto il tempo per far organizzare alla Croce rossa lo scambio dei prigionieri e la restituzione delle vittime”. Mai previsione si rivelò più azzeccata.

Bayramov non ha neanche avuto il tempo di tornare in patria dalla Russia che il “cessate il fuoco” era già un lontano ricordo. Il braccio di ferro tra Yerevan e Baku è subito riemerso dalle ceneri. Il 10 ottobre il conflitto ripartiva con tutta la sua violenza, tra bombardamenti, attacchi con i droni e combattimenti via terra. Dalla fine di settembre in poi, si sono registrate centinaia le vittime tra militari e civili. Dopo ben due tentativi di cessate il fuoco, i due schieramenti si sono accusati reciprocamente di voler continuare le provocazioni di natura militare. Con il passare dei giorni, la risoluzione della disputa per vie diplomatiche è sempre più un miraggio.

Gli obiettivi degli Accordi di Abramo

Un altro evento degno di nota riguarda gli Accordi di Abramo. Lo scorso 12 agosto, ad Abu Dhabi, il governo emiratino annunciava la distensione dei rapporti con Israele. Nel giro di poche settimane, anche il Bahrein decideva di viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, dichiarando la volontà di stringere un accordo con Tel Aviv. In mezzo, gli Stati Uniti mediatori dell’intesa. La cerimonia ufficiale per la firma di quelli che sono stati denominati “Accordi di Abramo” ha visto la presenza del presidente statunitense, Donald Trump, del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, del ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed al Nahyan, e del capo della diplomazia bahreinita, Abdullatif bin Rashid Al Zayani.

I documenti dell’intesa sono stati siglati a South Lawn presso la Casa Bianca. Gli effetti di quell’intesa sono emersi, in maniera più fluida, durante il mese di ottobre. Due gli obiettivi principali degli accordi: isolare l’Iran ma anche contrastare i piani egemonici della Cina per l’Eurafrasia. Le alleanze nate in seguito agli Accordi di Abramo avrebbero consentito agli Stati Uniti di organizzare la ritirata strategica da Medio Oriente e Nord Africa, così da calibrare le proprie energie nell’Asia Pacifico per aumentare il livello di pressione sul Pechino.