Il Pakistan e la fragile mediazione indiretta Usa-Iran

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Niente di nuovo sul fronte orientale, dove continuano i bombardamenti israelo-americani e a volare i missili iraniani, diversi solo gli obbiettivi: Israele ha colpito una Università e Teheran ha annunciato che risponderà prendendo di mira Università israeliane e altre della regione con interessi statunitensi.

Colpito anche un impianto di desalinizzazione kuwaitiano, target alquanto riprovevole se si tiene presente quanto sia preziosa l’acqua per le popolazioni della regione. I media ovviamente attribuiscono la colpa all’Iran, ma Teheran nega accusando Israele, che starebbe usando tali false flag per intruppare i Paesi del Golfo nella sua guerra santa.

Annotiamo come il Pakistan, da quando si è proposto come Paese chiave per la mediazione tra Iran e Stati Uniti, abbia attirato la sfortuna su di sé e sui suoi partner: tre giorni fa, quando tale prospettiva ha preso forma concreta, Israele ha colpito l’ambasciata pakistana a Teheran.

Di ieri, poi, l’intesa tra Kuwait e Pakistan – che importa il 60% del suo gas dal piccolo Paese del Golfo – per facilitare ulteriormente l’arrivo di gas e petrolio dal Medio Oriente a Islamabad, intesa che aiuta non poco quest’ultima a reggere, per quanto possibile, le restrizioni energetiche derivanti dalla crisi dello Stretto di Hormuz.

Al di là di questi particolari, l’unica novità di rilievo, a parte le solite contraddittorie e allucinate dichiarazioni di Trump, è il summit di Islamabad al quale hanno partecipato, oltre al Paese ospitante, la Turchia, l’Egitto e l’Arabia saudita, gli Stati che più si stanno spendendo per cercare una soluzione al conflitto.

L’Iran è più che cauto, né potrebbe essere altrimenti dal momento che è stato attaccato proprio mentre stava negoziando, e nega che ci siano colloqui diretti con gli Stati Uniti. Nondimeno il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha elogiato l’impegno pakistano in tal senso.

Colloqui indiretti, dunque, che però vedono il primo scoglio nei 15 punti consegnati dagli States a Teheran, di fatto una richiesta di resa non una trattativa vera e propria. L’Iran non si piegherà ai diktat, non quando può continuare a infliggere danni agli aggressori per tentare di portarli a più miti consigli.

Di interesse, in tal senso, un articolo di Responsible Statecraft dedicato alla pioggia di missili che cade su Israele. Abbiamo accennato a come tanti media, compresi quelli israeliani, hanno evidenziato che ciò è dovuto alla carenza di munizioni per intercettare gli ordigni in arrivo.

Tale restrizione ha costretto Israele a focalizzare le difese sui punti nevralgici. E però, spiega giustamente RS, il fatto che sia stato colpita la centrale nucleare di Dimona – come rappresaglia per l’attacco a un analogo target da parte dei jet israeliani – segnala altro, perché “anche se è costretto a difendere solo i siti più importanti, Israele metterebbe quasi certamente Dimona – una città situata vicino a diversi impianti nucleari chiave – in cima alla lista” dei luoghi da difendere.

Così, il fatto che i missili di Teheran siano riusciti ad andare a segno indica un ulteriore deficit che rende anche le residue difese meno efficaci, cioè quello dei sistemi di avvistamento israelo-americani sparsi sia sul territorio israeliano che nella regione, che sono stati obiettivi privilegiati dei primi colpi di Teheran, la quale da decenni si sta preparando a reagire a un’aggressione da parte dei suoi storici nemici. Senza il preavviso dei radar, anche le difese più efficaci hanno un impatto relativo.

Per lo stesso motivo è di importanza strategica la distruzione di un velivolo Awacs dell’U.S. Air force avvenuto ieri nell’attacco ha preso di mira una base americana in Arabia saudita. Infatti, non potendo contare più sui radar a terra, gli attaccanti usano i satelliti, che però non sono eccessivamente performanti in tal senso, e soprattutto gli aerei spia Awacs, che dai cieli, grazie ai loro potenti sistemi di rilevazione, possono allertare sulle minacce in arrivo.

Da notare che, come annotava Defense Express, gli Usa oggi hanno solo 16 di questi velivoli, perché diversi sono stati ritirati. Di questi solo 8 possono attualmente partecipare a missioni operative e in Medio Oriente ne sono stati inviati 6, cioè il 75% del totale.

Così la perdita di uno di essi, oltre al danno economico, (500 milioni), rappresenta una vulnus strategico significativo. Ciò si aggiunge al ritiro della Gerald Ford che, ritirata a Creta per lavori di riparazione dopo l’incendio divampato a bordo nei primi giorni di conflitto, oggi ha attraccato in Croazia, mesto ritiro dalla scena per la portaerei più avanzata della Marina americana.

Nonostante le difficoltà, gli attaccanti non mollano la presa. E ciò soprattutto per l’ostinazione di Netanyahu e soci che, al solito, stanno facendo di tutto per affondare il negoziato. Lo spiega anche un articolo di Jonathan Cook pubblicato su Middle East Eye dal titolo: “Israele si sta assicurando che Trump non possa trovare una via d’uscita in Iran”. “La via d’uscita di Trump è sfuggente”, scrive il cronista concludendo la nota. “E Israele farà del suo meglio per assicurarsi che rimanga tale”. In realtà, non tutti nella politica israeliana sono su questa linea, ma il mago Netanyahu ha ancora un peso decisivo.

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