Sabato scorso gli Stati Uniti hanno firmato l’accordo di pace con le forze talebane per porre fine a quasi venti anni di conflitto afgano. In base all’accordo, gli Stati Uniti ridurranno le proprie forze di circa 5mila unità nei prossimi 3-4 mesi: il resto delle truppe a stelle e strisce saranno via dal Paese in 14 mesi. Il ritiro completo, tuttavia, dipenderà dal rispetto della tregua e degli impegni assunti dai talebani. “Accogliamo con favore l’accordo di Doha firmato tra Stati Uniti e talebani. Questo è l’inizio di un processo di pace e riconciliazione per porre fine a decenni di guerre e sofferenze del popolo afghano ”, così ha twittato il primo ministro pakistano Imran Khan, il più grande sostenitore dell’accordo.

Cui prodest?

La situazione multiforme in Medio Oriente, indirettamente, sta interamente ridefinendo la geopolitica dell’Asia. L’accordo con i talebani scaturisce da mesi di negoziati in cui il Pakistan si è fatto sponsor del regime afgano. Quasi due anni fa, infatti, aveva fatto scalpore la notizia dello scarceramento di Abdul Ghani Baradar, cofondatore dei Talebani afgani, a lungo il numero due del ben noto Mullah Omar. Detenuto in Pakistan per più di otto anni, era stato nominato capo degli affari diplomatici a Doha, dove i colloqui di pace tra Stati Uniti e talebani si erano protratti a lungo prima che Trump abbandonasse il tavolo delle trattative. Una mossa che aveva accresciuto le ostilità dell’India di Modi, che teme una diversione delle forze jihadiste nella rovente area del Kashmir.

Ma arriviamo al febbraio appena trascorso, quando Mike Pompeo aveva annunciato l’avvicinarsi della tregua con i talebani. L’annuncio era arrivato immediatamente dopo la straordinaria pubblicazione di un articolo del vice capo dei talebani Sirajuddin Haqqani sul New York Times dal titolo What We, the Taliban, want. Al di là dello shock etico e culturale nel veder un capo politico talebano esprimersi su uno dei quotidiani che più di altri esprime la voce dell’establishment di Washington, l’articolo segna una svolta: la trasfigurazione dei talebani in figure politiche internazionalmente riconosciute  con cui dialogare. Una mossa di cui Islamabad è garante e, per buon parte, burattinaio. Non a caso, il leader pakistano Imran Khan è stato più volte ribattezzato Taliban Khan.

L’intreccio tra talebani, rete Haqqani e Pakistan

Haqqani, per chi non lo ricordasse, è il sanguinario leader del network del terrore Haqqani. La rete Haqqani, che ha il sostegno di elementi all’interno dell’establishment della sicurezza pakistana, è una delle organizzazioni di insorti più sofisticate dell’Afghanistan. Sirajuddin Haqqani, figlio del famoso combattente antisovietico Jalaluddin Haqqani, è l’attuale leader della rete. Più noto come Siraj, ha mostrato di essere ancora più estremo di suo padre e mantiene legami più stretti con al-Qaeda e altri estremisti stranieri in Pakistan. La rete Haqqani mantiene un rifugio sicuro nel Nord Waziristan, in Pakistan, oltre il confine sud-orientale dell’Afghanistan. Attori chiave della sicurezza pakistana continuano a considerare la rete Haqqani come un’alleata utile e una forza esterna per rappresentare i propri interessi in Afghanistan per procura. A tal fine, le forze di Haqqani hanno ripetutamente preso di mira infrastrutture e progetti di costruzione indiani in Afghanistan. Tra il 2002 e il 2004, la rete Haqqani ha ricostituito le sue operazioni nella roccaforte storica della Loya-Paktia, che comprende le province di Khost, Paktia e Paktika nel sud-est dell’Afghanistan. La rete è stata in grado di espandersi oltre Loya-Paktia verso Kabul dal 2005 al 2006, conquistandosi la capacità di eseguire attacchi nella capitale afgana.

Perché il Pakistan ha bisogno dei talebani

L’accordo di pace ha del paradossale: il ritiro frettoloso e il disimpegno dell’amministrazione Trump che arriva  a trattare con la forza che, negli Stati Uniti più che mai ha incarnato il male del Terzo Millennio; il presidente Ghani dapprima ignorato nelle trattative e poi magicamente sostenitore del peace deal; gli afghani, che temono un ritorno al Medioevo. Sono proprio questi ultimi quelli che hanno più da perdere in futuro. Una parte significativa dei Pashtun illuminati e delle nazionalità tagika, hazara e uzbeka che si sentono già emarginati e delusi. Avevano aspettative per un futuro in uno stato moderno, moderato, plurale e veramente indipendente. Sono loro a temere che, adesso, oltre ai talebani al posto di guida ci sarà Islamabad, la fine della speranza di un dialogo inter-afghano.

Fagocitando il processo di pace e quello di transizione in Afghanistan, Islamabad esce come il vero vincitore della partita di Kabul. Alleato americano nell’area ai tempi di Eisenhower, il Pakistan non ha mai perdonato agli Usa quel flirt con l’India degli anni di Kennedy, tanto meno gli show di Trump delle ultime ore. Perciò, ora Islamabad si riprende ciò che è “suo”. Per due decenni il Pakistan ha giocato una doppia partita in Afghanistan: al fianco dei talebani as usual e, quando questa relazione diventava troppo imbarazzante, accanto agli americani, attendendo che Washington capitolasse. Gran parte della leadership talebana è in Pakistan ed è stata qui per vent’anni. I talebani hanno usato il Pakistan come free zone per lanciare attacchi contro gli americani in Afghanistan per poi ritirarsi nel rifugio sicuro oltre confine dove Washington non poteva raggiungerli. Se a tutto ciò si aggiunge l’approccio da sempre ostile dei talebani verso l’India è facile immaginare che la storia tenda a ripetersi: questa volta in palio per Islamabad c’è la seconda jihad in Kashmir, trent’anni dopo.

Il dialogo decennale con i talebani, tuttavia, risponde ad esigenze anche più materiali. Si perdono nella notte dei tempi le cronache dei rapporti commerciali tra i due paesi che, negli ultimi dieci anni, si sono resi protagonisti di numerosi accordi transfrontalieri. Stante la necessità di attrarre capitali stranieri (turismo ed investimenti) per il risanamento dell’economia, il Pakistan punta ad accreditarsi come un interlocutore commerciale affidabile per l’Afghanistan che ricomincia a camminare sulle proprie gambe. Il Pakistan sta gradualmente perdendo la sua quota commerciale nel mercato afgano verso l’Iran, l’India e la Cina che offrono tariffe di transito relativamente interessanti e migliori strutture per la movimentazione delle spedizioni. Le esportazioni del Pakistan in Afghanistan sono diminuite in modo significativo nei primi tre trimestri del 2019: gli elevati costi di trasporto e gli ingenti depositi delle compagnie di navigazione per container di trasporto scoraggiano, infatti, gli importatori afgani a trattare con il Pakistan. L’anno scorso, il transito commerciale afgano è ripreso dopo che le autorità pakistane hanno deciso di aprire il confine di Torkham su base 24/7: una mossa para-politica che dovrebbe avere come diretta conseguenza un’impennata del transito di beni fra i due paesi. La pace, ma soprattutto l’uscita di scena americana, non potrà che sgomberare il campo a Taliban Khan.

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