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Gli ultimi due anni hanno visto la fine di un’epoca: quella dei trattati internazionali sul controllo degli armamenti. L’esempio più eclatante riguarda il Trattato Inf sui sistemi missilistici nucleari a raggio medio e intermedio, che ha cominciato a essere messo in discussione seriamente dagli Stati Uniti nel 2018 e che, a oggi, è da considerarsi sostanzialmente decaduto.

Abbiamo già discusso ampiamente sulle motivazioni di carattere politico e opportunistico per le quali Washington ha deciso, unilateralmente, di ricusare l’accordo internazionale che ha garantito, insieme da altri, la stabilità in Europa che è stata terreno di frontiera tra i due blocchi contrapposti durante la Guerra Fredda. Il limite fondamentale del Trattato Inf, brevemente, è proprio la sua natura “europea” e non globale, che quindi lascia fuori la Cina, nuovo attore nel palcoscenico globale. Anche un accordo fondamentale che ha allontanato lo spettro di un conflitto atomico rischia di vedere la sua fine proprio per lo stesso motivo: il Trattato Start – per la precisione New Start – sulla riduzione delle testate nucleari e dei rispettivi vettori.

Abbiamo già affrontato dettagliatamente, pochi giorni prima che Russia e Stati Uniti si sedessero al tavolo dei colloqui preliminari di Vienna, il futuro incerto che pende su di esso e la possibilità di trovare un nuovo accordo che includa anche la Cina, ma questo non vuol dire che i canali di comunicazione tra Mosca e Washington siano stati chiusi: Putin e Trump si parlano, e parlano proprio di stabilità strategica e controllo degli armamenti, tra le altre cose. In una recente telefonata, i due leader hanno infatti discusso in merito alla riduzione e limitazione delle armi offensive strategiche.

Stiamo vivendo quindi un periodo di riarmo, innescato, più che dalle congiunture storiche (fine della Guerra Fredda, mondo unipolare, rinascita russa e nascita della Cina), da una pericolosa deriva della dottrina di impiego della armi nucleari e dalla presenza stessa dei sistemi Abm di vario tipo, come vedremo in dettaglio a breve.

Facciamo un passo indietro. Il germe di questa deriva si può porre già negli anni ’80, quando, sotto la presidenza Reagan, gli Stati Uniti lanciarono la Sdi (Strategic Defense Initiative) volgarmente nota come “Guerre Stellari”. Allora l’idea era quella di dotarsi di un ombrello difensivo che intercettasse i veicoli di rientro dei missili balistici intercontinentali attraverso diversi sistemi basati a terra e nello spazio. Ancora prima dello sviluppo dei missili antimissile con capacità cinetica, ovvero in grado materialmente di colpire il bersaglio, le due potenze rivali si resero conto della necessità di vietare il dispiegamento dei rudimentali sistemi in servizio all’epoca in quanto avrebbero minacciato i rapporti di forza degli arsenali nucleari che garantivano la stabilità globale: quello che viene chiamato “equilibrio del terrore” ovvero la certezza che in caso di primo attacco atomico, il contrattacco avversario avrebbe causato danni talmente ingenti da essere intollerabili.

Il Trattato Abm (Anti Ballistic Missile), siglato nel 1972, limitava a soli cento vettori antimissile entrambe le parti (Stati Uniti e Unione Sovietica) proprio in quest’ottica. Come detto la Sdi statunitense ha posto le basi per la prima spallata a questo equilibrio: sebbene la tecnologia, all’epoca, non fosse ancora in grado di permettere di colpire un missile balistico ai margini dello spazio esterno e, quindi il programma in quegli anni si bloccò, successivamente, negli anni ’90, il successo del sistema missilistico Patriot sperimentato durante la Prima Guerra del Golfo dimostrò che era possibile intercettare cineticamente un missile balistico la visione di Reagan tornò a prendere slancio. Quindi, nel dicembre del 2001, il presidente George W. Bush decise di uscire dal Trattato Abm emanando pressoché contemporaneamente una direttiva per istituire una vera e propria capacità di difesa missilistica entro il 2004.

Nacque così il Gmd, acronimo di Ground-based Midcourse Defense, che oggi vede diversi vettori di intercettazione divisi tra la base di Fort Greely, in Alaska, e quella di Vandenberg, in California. Nel 2018 gli Stati Uniti potevano contare su 44 missili, ma la volontà di Trump di avere una rete globale in grado di proteggere il territorio statunitense da un attacco missilistico nucleare ha portato, nel 2019, alla richiesta di ulteriori 20 vettori. Parallelamente la capacità antimissile statunitense è stata implementata dal sistema Aegis, che nelle sue versioni imbarcate e a terra (Aegis Ashore) si affianca ai sistemi Patriot Pac-3 e Thaad, che sono dislocati in posizioni strategiche intorno al globo.

Si è venuto così a creare un sistema antimissile diffuso e multilivello, ovvero in grado di intercettare i vettori balistici in diverse fasi del loro volo. Per il momento è ancora preclusa la possibilità di colpirli nella fase di spinta, ovvero nei primi istanti dopo il lancio, ma la ricerca tecnologica sta compiendo sforzi in grado di colmare questa lacuna, che permetterebbe un notevole margine di sicurezza al Paese “difensore”. Questa politica è potenzialmente molto destabilizzante in quanto lede il principio della mutua distruzione assicurata (Mad nel suo acronimo inglese): se gli Stati Uniti acquisiscono la capacità di intercettare la maggioranza dei missili balistici lanciati, l’arsenale nucleare dell’avversario perde istantaneamente la sua capacità di deterrenza, e pertanto si aprono scenari in cui l’utilizzo delle armi atomiche diventa possibile avendo eliminato, da un lato solo, la possibilità di venire totalmente annientati.

Bisogna ora chiarire un concetto per capire meglio dove sta andando la politica di Russia e Usa sugli armamenti atomici e quanto ad essi correlato: non è il rinnovamento dell’arsenale nucleare ad essere pericoloso, quanto la possibilità che venga impiegato con una dottrina diversa che dipende appunto dalle capacità acquisite in campo tecnologico. La costruzione di nuove testate, oppure di sistemi di guida molto più precisi, non è destabilizzante in sé, ma lo diventa se e solo se si accompagna a tecnologie in grado di oltrepassare le difese avversarie (come i veicoli di rientro Hgv) oppure se si impiegano nuove dottrine di impiego.

Nello specifico è molto più destabilizzante, ad esempio, l’idea proposta nella nuova Nuclear Posture Review americana di utilizzare testate nucleari a basso potenziale su vettori da crociera o balistici lanciati da sottomarini, soprattutto se accompagnata dalla possibilità di lanciare testate convenzionali molto potenti e altrettanto precise (il progetto Global Prompt Strike) utilizzando gli stessi vettori. Un avversario non è in grado di sapere se il missile in arrivo sia armato con una testata convenzionale o nucleare, e pertanto opterà per l’opzione peggiore per tutelarsi, pensando di trovarsi davanti ad un primo attacco (in gergo first stike) atomico reagendo di conseguenza e quindi impiegando il suo arsenale nucleare.

La Russia, per questi motivi, ha recentemente aggiornato la propria politica di impiego delle armi atomiche specificando che d’ora in avanti ne considererà l’utilizzo qualora si dovesse trovare ad affrontare un non meglio precisato “attacco ai centri vitali” del Paese di qualsiasi natura, sia esso convenzionale, nucleare, ma anche cibernetico, aprendo quindi la porta a scenari terrificanti in cui, per rispondere a un attacco di hacker che, ad esempio, bloccassero i sistemi di comunicazione della Difesa, utilizzerebbe i suoi missili intercontinentali.

Anche lo spazio è tornato al centro di questo palcoscenico nucleare: non è più un tabù la possibilità di porre in orbita assetti in grado di colpire in qualche modo (cineticamente o con fasci di onde e laser) i veicoli di rientro dei missili balistici nel loro tragitto esoatmosferico, aprendo così la strada alla militarizzazione dello spazio che, sino ad oggi, era stata vietata da precise regolamentazioni internazionali, se pur in modo molto aleatorio.

Stiamo quindi vivendo un’epoca che potremmo definire del “disequilibrio del terrore” causata dalla fine dei trattati sul disarmo, dalla nascita di nuove tecnologie e consequenzialmente dall’introduzione di nuove, e pericolose, dottrine di impiego.

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