Un “Muro di Berlino” in Medio Oriente? Questi i timori sulle prospettive future della Striscia di Gaza che Haaretz rileva ascoltando il parere di funzionari israeliani attivi nella definizione degli scenari post-cessate il fuoco. Emergerebbe, in questa lettura, una pressione statunitense per accelerare la ricostruzione di Gaza, o perlomeno delle aree dove ad oggi Hamas non opera, vista come prioritaria rispetto alla cessione del potere del gruppo che controlla la Striscia e che con il cessate il fuoco del 10 ottobre ha aperto al suo disarmo, che per ora non conosce tempi certi.
Israele e la strategia dei mediatori per la Nuova Gaza
In sostanza, lo scenario che si sta delineando vede una serie di capisaldi in emersione: la volontà degli Stati Uniti di procedere alla ricostruzione delle aree idonee a un intervento esterno; la sostanziale divisione di Gaza in due enclave, divisa dalla “Linea Gialla” su cui l’Israel Defense Force si è ritirata dopo il cessate il fuoco e che le consente di controllare il 58% della Striscia; la definizione della stessa zona d’occupazione attuale come area futura di intervento della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf); last but not least, il sostanziale congelamento, almeno per ora, del proposito di disarmo di Hamas.

“Il piano prevede la ricostruzione delle città nelle aree sotto il controllo militare israeliano a est della Linea Gialla, dove l’esercito si è ritirato all’entrata in vigore dell’accordo“, nota Haaretz, aggiungendo che gli Usa intendono partire da Rafah, distrutta in lunghi e costanti bombardamenti, mettendo in campo anche il ruolo delle aziende dei Paesi mediatori, come Turchia, Qatar ed Egitto.
Secondo i piani che i funzionari israeliani hanno ricevuto dagli omologhi americani, “le Forze di Difesa Israeliane si ritirerebbero da ciascuna zona una volta completata la ricostruzione da parte delle aziende degli stati mediatori. La Linea Gialla dividerebbe di fatto il territorio in Nuova Gaza a est e Vecchia Gaza a ovest, dove due milioni di residenti rimangono sotto il controllo di Hamas, che sta consolidando costantemente il suo potere”.
Quale scenario si sta delineando?
Il governo di Benjamin Netanyahu teme, in sostanza, la fine della possibilità di agire con mano libera a Gaza. Se questo piano avesse concretezza, si delineerebbe uno scenario in cui:
- Tel Aviv dovrebbe cedere costantemente aree alla costituenda Isf, man mano che i partner esterni degli Usa opereranno per la ricostruzione.
- La garanzia di sicurezza dell’Isf alla Striscia abbatterebbe notevolmente la capacità d’azione dell’Idf (e la sostanziale impunità di cui ha goduto) mentre Hamas si ricostituisce nella “Vecchia Gaza”.
- Israele rischierebbe il cortocircuito: avendo rifiutato, da un lato, la roadmap dell’Egitto per trasferire il controllo di Gaza all’Autorità Nazionale Palestinese si troverebbe, dall’altro, il rischio di un Hamas ancora forte e solida.
- L’Isf sostanzialmente opererebbe nelle aree a Est della Linea Gialla, mantenendo una netta distinzione con la Gaza ancora controllata da Hamas senza garanzie certe di disarmo.
In quest’ottica, i decisori israeliani parlano di un “Muro di Berlino” interno a Gaza, che creerà una netta separazione ma, soprattutto, i funzionari sentiti da Haaretz temono l’irrilevanza: “A Gaza si stanno svolgendo davanti ai nostri occhi mosse strategiche, con implicazioni per il futuro di Israele, e Israele, in particolare l’apparato di difesa, non ha alcuna influenza sul processo”.
La Linea Gialla come “Muro di Berlino” di Gaza
Nei fatti, la Linea Gialla diverrebbe il confine di una “zona cuscinetto” che la coalizione dell’Isf userebbe, inoltre, per distribuire aiuti alla Vecchia Gaza by-passando il controllo di Hamas. Ma sostanzialmente l’avanzamento di questo piano segnerebbe uno scacco nella strategia israeliana, che rischierebbe di trovarsi, in prospettiva, con una Gaza in cui sono presenti al contempo le residue forze di Hamas e una coalizione internazionale di garanzia della pace sostenuta dal principale alleato di Tel Aviv, gli Usa, creando un duplice pregiudizio al futuro intervento in loco dell’Idf. Il tutto con una sostanziale cessione di controllo dei territori palestinesi oggi in mano Israeliana.
La mossa del governo Netanyahu è ad oggi puramente difensiva: respinge l’ipotesi della partecipazione della Turchia alla Isf, lavora per modificare le bozze di risoluzioni Onu per stabilire la forza di pace, fa pressione sull’amministrazione Usa di Donald Trump per annacquare le clausole più prescrittive verso Israele. Sarà da valutare cosa emergerà dal meeting in programma tra l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e Khalil al-Hayya, il capo negoziatore di Hamas, che secondo il New York Times potrebbe aver luogo in pochi giorni.
A Israele saranno chieste concessioni
Nella “terra di nessuno” tra la Fase 1 e la Fase 2 del cessate il fuoco, ad oggi per i mediatori il dato di fatto sembra essere chiaro: all’inizio è stata Hamas a fare concessioni, liberando gli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023 e impegnandosi a restituire i corpi di quelli deceduti ancora nella Striscia. Nell’avvicinamento a una Fase 2 ancora nebulosa l’onere delle mosse spetterà a Israele. Il cessate il fuoco di gennaio 2025 è collassato proprio mentre Tel Aviv era chiamata alla prova della verità.
Di fronte a una prospettiva che vede il quartetto di mediatori agire in solitaria per delineare il contesto strategico futuro di Gaza, per Israele il rischio maggiore è quello di subire decisioni esterne: uno scacco che varrebbe, a livello d’immagine, più di una sconfitta militare. E potrebbe allontanare l’obiettivo di fondo di Tel Aviv: riportare la Striscia, in toto, sotto il suo controllo.
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