Il movimento jihadista mondiale è riuscito progressivamente ad espandersi, negli ultimi anni, verso territori precedentemente inesplorati e relativamente poco toccati dal fenomeno del radicalismo islamico. L‘insurrezione islamista nella provincia di Capo Delgado, nel nord del Mozambico, è un valido esempio di questa costante espansione del terrorismo religioso. Dal 2017, infatti, il gruppo al-Sunnah wa Jamaah (Aswj) è attivo in questa zona dell’Africa ed ha agito con violenza e determinazione nei confronti della popolazione civile del luogo e delle istituzioni governative. Il movimento iniziò a radicarsi nella provincia di Capo Delgado intorno al 2015 ed almeno inizialmente si limitò ad essere una corrente sempre più radicale dell’Islam locale, che secondo i membri del gruppo non aderirebbe più agli insegnamenti religiosi tradizionali. Il rifiuto del secolarismo, delle istituzioni occidentali e locali e la volontà di instaurare la Sharia portarono ben presto Al-Sunnah ad utilizzare metodi violenti contro chiunque non la pensasse nello stesso modo.

Un fenomeno sottovalutato

Il gruppo  si è dimostrato particolarmente attivo dall’ottobre del 2017 e secondo una stima dell’Armed Conflict Location & Event Data Project sarebbe responsabile di almeno 140 azioni violente e della morte di oltre 400 civili. Il movimento è radicato nella provincia a maggioranza musulmana di Capo Delgado, lungo il  confine con la Tanzania e l’ottanta percento dei suoi attacchi sono stati compiuti nei confronti dei civili. Svariati villaggi sono stati date alle fiamme e gli abitanti uccisi con crudeltà mentre le forze di sicurezza sono vittime di agguati improvvisi. Lo Stato Islamico ha rivendicato alcune delle violenze portate avanti da al-Sunnah, ma questi proclami sono stati accolti con scetticismo dagli osservatori che ritengono, invece, che le stragi siano frutto di terrorismo domestico. La risposta governativa a questo complesso e violento fenomeno si è dimostrata, al momento, insufficiente ed eccessivamente brutale. Maputo ha impedito, in più occasioni, ai giornalisti di recarsi nella provincia e di vedere con i propri occhi quanto stava succedendo. In alcuni casi i reporter sono stati arrestati dalle forze di sicurezza, che sono state accusate di brutalità e violenze nei confronti di chiunque sia sospettato di aiutare gli insorti. Chiusura forzata delle moschee, torture ed esecuzioni extra giudiziali sono  alcuni degli abusi di cui Maputo è stata accusata. L’approccio governativo, focalizzato solo sulla repressione, sembra non pagare.

Le prospettive

L’insurrezione di Capo Delgado rischia di avere pesanti ripercussioni sulla stabilità del Mozambico e sulle sue prospettive economiche. Il Paese si avvia alle elezioni legislative e presidenziali del 15 ottobre in un clima di forte tensione con il Frelimo, che governa il Paese sin dal 1974, contrapposto alla Renamo, il principale movimento di opposizione che tra il 1974 ed il 1991 e tra il 2013 ed il 2018 si è opposto con violenza alle autorità di Maputo. Le attività dei radicali islamici rischiano così di aggiungere ulteriore destabilizzazione ad un quadro già piuttosto precario e di favorire la possibilità di nuove ostilità tra i due principali partiti politici della nazione. In Mozambico, inoltre, sono state scoperte ingenti riserve di gas naturale che inizieranno ad essere sfruttate dal 2023 e genereranno ingenti introiti per le casse dello Stato. Una mancata pacificazione dell’area potrebbe inibire le potenzialità di sviluppo di queste risorse e creare seri danni all’economia nazionale.

Maputo ha recentemente siglato accordi di cooperazione militare con Mosca e potrà usufruire degli armamenti ed istruttori militari russi per provare a contrastare l’insurrezione. Potrebbe, però, non bastare ed anzi c’è il rischio che l’intervento straniero possa provocare nuove violenze. Nel recente passato, inoltre, si sono diffuse voci secondo cui il Lancaster 6 Group, la compagnia di sicurezza privata di proprietà di Erik Prince, fondatore di Blackwater, si sarebbe offerta di combattere gli insorti. Secondo indiscrezioni, però, sarebbe stato il Wagner Group, una compagnia privata russa già attiva in Siria ed Ucraina, a raggiungere un accordo con Maputo e alcuni dei suoi uomini sarebbero già in Mozambico

Gli attacchi comunque non sembrano fermarsi. Il 23 settembre dodici civili sono stati uccisi nell’area di Mbau e Mindumbe e le loro case date alle fiamme e questo è solo uno dei tanti casi di spargimento di sangue nell’area. Secondo Daviz Simango, leader di un partito di opposizione mozambicano, sarebbe necessario aprire un dialogo con gli insorti e capire perché si ribellano, anche perche la povertà e la mancanza di prospettive potrebbero spingere sempre più persone ad unirsi ad Al-Sunnah. Il governo di Maputo, che in passato ha anche smentito la possibile natura islamista dell’insurrezione derubricandola a criminalità, rischia di essere travolto dalle violenze e non sembra ancora chiaro se i suoi piani di contrasto alla ribellione saranno efficaci nel lungo periodo.