Quando alla Casa Bianca un inquilino si appresta a lasciare, per fare posto ad un altro democraticamente eletto, il vecchio padrone di casa è solito lasciargli dei memo. Una sorta di guide for dummies nella quale dispensare consigli sebbene non si tratti di documenti di alto rango. Tuttavia, questi appunti del presidente uscente sono ritenuti abbastanza sensibili da venire secretati in attesa di essere, a tempo debito, declassificati.

Quattordici anni fa toccava a George W. Bush Jr. lasciare i suoi appunti al successore Barack H. Obama: l’11 settembre, l’Iraq, l’Afghanistan, tutto era già accaduto. In quaranta note riservate del Consiglio di sicurezza nazionale, Bush segnava il passaggio fra due amministrazioni molto differenti ma comunque legate a doppio filo alla war on terror. Per la prima volta, quei promemoria sono stati ora declassificati, offrendo una vista su come il mondo appariva agli occhi di Bush dopo otto anni durissimi.

I memo di Bush per Obama

Una serie di frasi lapidarie che suonano quasi profetiche: “L’India è un amico. Il Pakistan no. Non fidarti della Corea del Nord o dell’Iran, ma parlare è comunque meglio che non farlo. Attenzione alla Russia; brama il territorio della sua vicina Ucraina. Fai attenzione a non essere intrappolato da guerre terrestri intrattabili in Medio Oriente e Asia centrale. E oh sì, la costruzione della nazione è decisamente più difficile di quanto sembri.”. A rileggerlo oggi, quel monito risuona sinistro.

Nel gennaio 2009, dopo l’insediamento, con le truppe statunitensi ancora in combattimento in due guerre, Osama bin Laden ancora latitante, una crisi finanziaria in atto e varie altre minacce alla sicurezza americana incombenti, per Obama si profilava un inizio di mandato difficile. Iraq e Afghanistan riempiono, infatti, righe e righe di queste memorie, ma nonostante ciò Bush raccontava al successore quanto all’epoca la politica estera americana sperasse ancora in relazioni costruttive con Russia e Cina. Il promemoria sulla Cina sollecitava un ampio impegno personale tra i leader, attribuendo alle interazioni di Bush con le sue controparti cinesi la creazione di “una riserva di buona volontà” tra le due potenze. Il promemoria sulla Russia concludeva, invece, che la “strategia della diplomazia personale” di Bush aveva avuto un successo iniziale, ma riconoscendo che i legami si erano inaspriti, soprattutto dopo l’invasione russa della Georgia nel 2008.

Si trattava, dunque, di un promemoria sulle future ambizioni espansionistiche di Mosca. Bush, nei suoi appunti, dichiarava, ancora: “I tentativi della Russia di sfidare l’integrità territoriale dell’Ucraina, in particolare in Crimea, che è per il 59% etnicamente russa e ospita la flotta del Mar Nero della Marina russa, deve essere impedita”. Il memo aggiungeva che “la Russia sfrutterà la dipendenza dell’Europa dall’energia russa” e utilizzerà mezzi politici “per creare cunei tra gli Stati Uniti e l’Europa”. Ipse dixit.

Obama e Mosca: dal “reset” al blitz in Crimea

Se c’è un’immagine che più di altre racconta la postura americana nei confronti di Mosca in questa fase è quella di Obama e Dmitry Medvedev che discutono davanti a due cheesbruger in quel del Ray’s Hell Burger ad Arlington nel 2010. Nei primi mesi del suo primo mandato, Obama aveva promosso un reset con Mosca destinato a sanare le acredini legate al caso Georgia, con l’obiettivo di assicurarsi l’aiuto di Mosca su questioni chiave per Washington. Questo produsse dei primi successi: il New Start, ormai ridotto in cenere, e una maggiore cooperazione su Iran e Afghanistan.

I progressi rallentarono nel 2011 sul dossier Libia, e nel 2012, il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza russa fece presagire un rapporto meno cooperativo, ma sottostimando le ambizioni della Difesa russa. Gli anni delle elezioni, in genere, non hanno mai generato tempi favorevoli per i progressi nelle relazioni Usa-Russia. Nella primavera del 2012, la campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti era in pieno svolgimento. Toccò a Mitt Romney fare la Cassandra: il governatore, che si era assicurato i voti necessari per la nomina repubblicana, citò la Russia come la minaccia geopolitica numero uno per il
Stati Uniti. Obama criticò duramente il commento ma saltò a piè pari la Russia nella sua campagna elettorale e la questione del controllo degli armamenti venne trattata come un tabù. In agosto la Russia aderì al WTO e i funzionari russi riconobbero pubblicamente il sostegno di Washington come la chiave per realizzare l’adesione dopo tanti anni di attesa. Il dossier siriano, unitamente alla chiusura di Mosca sulle attività dell’Usaid in Russia, diedero il la ad un nuovo allontanamento tra le due superpotenze.

L’amministrazione Obama sembrò arrendersi difronte alle secche in cui navigava questo rapporto nel corso del 2013, fino a toccare il minimo storico del 2014, con l’annessione russa della Crimea e l’inizio del caos in Donbass. Un precedente inquietante per il diritto internazionale e per la tenuta democratica dell’Europa, forse sottovalutato, ritenendo che la pretesa sulla Crimea e sul Donbass fossero limitate a quell’area e che non nascondessero l’intento di arrivare a Kiev. Al di là delle dovute rappresaglie diplomatiche e delle sanzioni, Washington optò per una strategia trina, cercando di sostenere l’Ucraina, rassicurando gli alleati della Nato e conducendo una revisione della propria politica estera
verso la Russia.

Gli errori di Obama

Leading from behind” era stato uno dei refrain di Obama. Una politica molto ripiegata sul programma domestico e grandi progetti come la riforma sanitaria o i diritti civili, tanto da far pensare ad una probabile rinuncia al ruolo di poliziotto del mondo. Questo apre un interrogativo ulteriore: glissare sul 2014 fu errore di valutazione o fu, scientemente, una strategia di disimpegno? Era chiaro già da allora che l’Europa avrebbe pagato il prezzo più alto se Putin non si fosse fermato alla Crimea. Del resto, l’amministrazione Obama chiudeva i suoi otto anni con i compiti a casa tutto sommato ben fatti: una fittissima agenda interna, due guerre portate a termine, la cattura di Bin Laden, la tempesta della crisi affrontata. Lo spiegò bene Michael Cohen della Century foundation nel bel mezzo della crisi in Crimea: “Quel che c’è di sbagliato in queste analisi è il focus delle critiche. Il cuore del problema non è tanto come Obama deve rispondere ai russi ma perché”.

Nella teoria tutto fila, nella pratica un po’ meno. Quasi dieci anni dopo, un presidente americano, tra l’altro ex vicepresidente dello stesso Obama, è fra le macerie di Kiev. Al di là dell’iconografia e degli usi privati del gesto, è il segno più tangibile di un’America che è continuamente tentata dall’isolazionismo, ma che alla fine isolazionista non può e non riesce ad essere. Alla luce di questo, seppur la scelta di Obama fu isolazionista, fu comunque poco lungimirante: nel 2014 le bizze putiniane era già chiare. E in un mondo dominato dall’effetto farfalla era presumibile che una crisi nel granaio d’Europa avrebbe avuto conseguenze economiche, energetiche, geopolitiche spaventose, oltre che umanitarie. E per quanto Washington potesse desiderare di ripiegarsi su se stessa, era già chiaro che quelle conseguenze avrebbero colpito anche gli Stati Uniti. Fu una strategia, non un errore di valutazione, ma una strategia molto, molto miope.