Guerra /

L’uccisione del “padre del nucleare iraniano”, Mohsen Fakhrizadeh, torna a far discutere. Nei giorni scorsi, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta in cui era descritto l’agguato basato sull’intelligenza artificiale: una mitragliatrice montata su un camioncino, controllata da remoto e in grado di sparare 600 colpi al minuto. Un’operazione chirurgica scattata terminata dopo una lunga analisi dei movimenti di Fakhrizadeh il 27 novembre 2020, quando lo scienziato iraniano è stato ucciso. Il colpo, secondo le inchieste, ha un solo possibile autore, il Mossad.

La scoperta del mitra telecomandato è stata casuale, a detta di molte fonti. Secondo i media, infatti, gli israeliani avrebbero cercato di distruggere qualsiasi tipo di prova facendo esplodere il camion su cui era posta l’arma. Tuttavia parte del sistema è rimasto intatto, facendo sì che gli investigatori di Teheran potessero scoprire il meccanismo in grado di azione il mitragliatore con cui è stato ucciso Fakhrizadeh. Dalla Repubblica islamica hanno confermato l’assassinio dello scienziato nucleare, ma l’ipotesi sull’utilizzo di questo tipo di arma è ancora avvolta nel mistero. Molte autorità iraniane hanno avallato la notizia. Altri hanno confermato ma smentito la versione del New York Times. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, i servizi segreti dell’Iran sono in possesso di tutti i dettagli dell’operazione che portato alla morte del fisico nucleare: ma evidentemente c’è qualcosa che da Teheran non vogliono svelare. Hanno ribadito che sapevano dei pericoli che correva Fakhrizadeh e che lo avevano messo in guardia: ma il padre del programma nucleare iraniano sembra abbia in qualche modo sottovalutato gli avvertimenti, preferendo anzi una vita molto abitudinaria che ha condotto così gli agenti del Mossad a sapere esattamente dove e quando trovare l’uomo quel 27 novembre.

La questione però assume connotati più oscuri non solo per l’uccisione in sé, che comunque rappresenta un buco nella rete di intelligence iraniana. Teheran infatti deve soprattutto fare i conti con quello che hanno denunciato molti analisti e anche molti funzionari iraniani (a quel tempo anche anti-governativi), e cioè che vi sia un’ampia capacità del Mossad di agire indisturbato in Iran. Il territorio della Repubblica islamica è stato per mesi teatro di sabotaggi, esplosioni misteriose, incendi e omicidi. E quello di Fakhrizadeh è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che hanno dimostrato l’estrema vulnerabilità del sistema di sicurezza nazionale. Confermare una notizia come quella di questo blitz è un modo per mostrare la crudeltà del nemico in chiave propagandistica, ma è anche una evidente ammissione di colpa. Ammissione cui si aggiunge l’ulteriore problema di capire non solo come gli agenti abbiano potuto manovrare indisturbati in Iran conoscendo anche i movimenti di una delle figure-chiave del Paese, ma anche di come abbiano fatto a portare lì un’arma del genere. Non si è trattato di un attacco cyber o di un colpo con i droni. Ad Absard, il luogo dell’attacco, qualcuno deve aver portato quel camion e quell’arma: una FN MAG, calibro 7.62, Sentinel 20. Guido Olimpio, sul Corsera, ipotizza tre scenari che riguardano lo sbarco di nascosto nelle coste del Golfo oppure l’utilizzo di reti terrestri e contrabbandieri. Resta però da capire come abbia potuto il Mossad fare entrare e muovere quell’arma eludendo qualsiasi tipo di controllo da parte delle autorità iraniane. E c’è chi paventa anche il rischio di infiltrati o doppiogiochisti tra i funzionari dell’intelligence della Repubblica islamica, o anche tra i Guardiani della Rivoluzione.

Immagini che si inseriscono nel quadro di una belle più oscure e inquietanti guerre-ombra degli ultimi anni in cui avvengono continuamente episodi di attacchi dall’una e dell’altra parte e restano avvolte da un alone di mistero quasi impenetrabile. Dal Mare Arabico al Golfo Persico fino al Mar Rosso, dalle esplosioni nelle centrali nucleari ai “raid cibernetici” alle infrastrutture israeliane fino alle manovre con le forze “proxy” nella regione, lo scontro continua. In attesa che i negoziati sul programma nucleare arrivino a una possibile svolta.