La geopolitica della corsa allo spazio
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Il consigliere del ministro degli Interni ucraino, Viktor Andrusiv, ritiene che le forze di Kiev dovrebbero entrare nel territorio russo per cercare di riconquistare il Donbass. Andrusiv, nella giornata di domenica 5 giugno, ha affermato che “l’essenza di un contrattacco di successo è prendere punti strategici. Ad esempio, prendere Kherson con pesanti combattimenti, da un punto di vista strategico, non ha senso. Riguadagneremmo semplicemente la nostra città, il nemico si sposterebbe un po’ più lontano da Kherson, ma ci creerebbe ancora molti problemi” aggiungendo che “è molto più difficile riconquistare il Donbass: per fare questo bisogna entrare nel territorio della Russia”.

Passato il “giro di boa” dei primi cento giorni di guerra, l’avanzata russa ha stabilmente occupato una larga fascia di territorio nel meridione ucraino, assicurando così la continuità territoriale dalla Crimea alla Federazione, e portando la linea del fronte in quel settore oltre il fiume Dnepr, verso Mykolaiv, che si trova sulla linea direttrice che porta a Odessa, scalo marittimo di vitale importanza per il Paese. Nell’est, i russi stanno lentamente ma costantemente avanzando nel Donbass settentrionale, nella regione di Luhansk, dove tra Severodonetsk e Popasna sono in corso i più aspri combattimenti: da un lato le forze dell’esercito russo stanno cercando di tagliare il saliente, avanzando da sudest verso nordovest, dall’altra gli ucraini cercano di opporsi, riuscendo anche a mettere in atto contrattacchi efficaci che hanno portato alla riconquista di parti della città di Severodonetsk e di qualche lembo di territorio nella zona di Soledar, Hirske e Toshkivka.

Severodonetsk è un punto decisivo per il piano russo, ma non così tanto come l’area di Bakhmut/Soledar: qui, infatti, se l’avanzata dovesse riuscire a sfondare le linee ucraine, permetterebbe di chiudere le forze di Kiev in una sacca. Da questo punto di vista sappiamo, infatti, che i russi hanno interrotto alcune linee di comunicazione, come qualche ponte, per cercare di tagliare la ritirata all’esercito ucraino che ha il grosso delle sue forze (circa 11 Brigate) proprio in quel saliente.

Quanto affermato da Andrusiv non è pertanto frutto di una fantasia senza senso, ma si configura come una tattica ben rodata che serve per allentare la pressione sui difensori. Riprendere la città di Kherson, in ogni caso, assumerebbe un alto valore dal punto di vista strategico proprio per la sua posizione geografica: si trova sulla sponda occidentale del fiume Dnepr, che rappresenta una barriera geografica importante in grado di fermare una nuova avanzata russa. In effetti uno degli errori fondamentali dell’esercito ucraino fatto nei primissimi giorni di guerra è stato quello di non far saltare i ponti su quel fiume nella città di Kherson, permettendo così ai russi di penetrare a ovest dello Dnepr in modo stabile. Riprendere la quella città significherebbe anche tagliare fuori le forze russe che da Kherson si sono spinte verso nord lungo la sponda occidentale di quell’importante corso d’acqua.

Il punto cruciale avanzato da Andrusiv, però, è la necessità di colpire il territorio russo: questo, in effetti, permetterebbe all’esercito di Kiev sia di alleggerire la pressione altrove lungo il fronte, sia di cercare di interrompere le linee di rifornimento russe in profondità. La chiave del successo di un conflitto, infatti, non è solo l’eliminazione della resistenza dell’esercito avversario lungo la linea dei combattimenti, ma la distruzione della sua catena logistica: depositi di carburante, munizioni e le stesse linee di comunicazione via via sino al potenziale industriale sono un importante passo per cercare di rallentare sino a fermare il nemico. Sappiamo che Kiev ha provato a fare qualcosa di simile, ma si è trattato solo di azioni puramente dimostrative: qualche settimana fa, il primo di aprile, una coppia di elicotteri da attacco Mil Mi-24 ucraini ha compiuto un raid in territorio russo andando a colpire un deposito di carburante nei pressi della città di Belgorod, e sappiamo anche che azioni di sabotaggio vengono effettuate a macchia di leopardo lungo il confine nordorientale.

Tutto questo però non basta per avere un reale peso nelle operazioni belliche dell’esercito russo: sarebbe necessario un attacco più incisivo, una vera controffensiva portata là dove le linee russe sono più sottili e dove esiste un obiettivo tattico di rilievo (un importante snodo ferroviario ad esempio). Qualcosa che non è affatto facile da mettere in pratica stante le forze e le capacità dell’esercito ucraino e le contingenze del conflitto, con la Russia che ha aumentato le difese lungo il suo confine con l’Ucraina e soprattutto ha spostato le linee di rifornimento più a oriente per sostenere la sua offensiva nel Donbass.

Kiev avrebbe anche bisogno di mezzi idonei per questa offensiva: uno strumento aeronautico in grado di colpire efficacemente, un elevato numero di sistemi di artiglieria, anche a razzo, in grado di effettuare un bombardamento preparatorio e successivamente appoggiare l’avanzata, e poi un numero di carri armati e mezzi corazzati consistente. Mezzi che non ha, e che anche se dovesse avere certamente questi sarebbero più utili altrove lungo il fronte, come ad esempio per cercare di fermare l’avanzata nel Donbass oppure da tenere pronti per quando le forze russe avanzeranno decisamente verso Mykolaiv, ora che stanno “coprendosi il fianco” con la già indicata avanzata verso nord lungo la sponda occidentale dello Dnepr.

Riteniamo quindi che quanto affermato da Andrusiv sia da ascrivere alla mera propaganda, anche al netto delle nuove forniture di armi di fabbricazione statunitense: non saranno certo quattro lanciarazzi Himars a cambiare le sorti dell’intero conflitto, anche se localmente potrebbero essere dei game changer per ribaltare l’esito di una singola battaglia.

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