Tutt’altro che aprassici si rivelano i progressi dei Navy Seals inerenti “all’Initial Operating Capability”. Infatti, nuove dinamiche e tecnologie, atte d arricchire le capacità delle “infiltrazioni militari”, portano il Comando per le Operazioni Speciali Usa ad un “livello avanzato” nel Naval Warfare.

La corsa alla capacità operativa iniziale dell’Us Navy

La capacità operativa iniziale è quella terminologia usata dal dipartimento della Difesa Usa che fa riferimento alla gestione, manutenzione ed acquisizione di un determinato “sistema” volto a soddisfare le necessità richieste da uno specifico protocollo denominato DOTMLPF.

Tale processo agisce sinergicamente al JCIDS, la cui sigla indica Joint Capabilities Integration and Development System
ovvero un percorso atto a sviluppare un portafoglio di soluzioni che prevedono una simulazione sulla dottrina, l’organizzazione, l’addestramento, la leadership, l’istruzione, il personale e le strutture. Quando l’unità operativa “raggiunge la capacità d’impiegare e mantenere un determinato sistema” ottiene l’IOC, ovvero il massimo indicatore della qualità e dello sviluppo di un armamento con tutto il suo comparto.

La competizione interna per il raggiungimento di tali obbiettivo risulta essere molto forte soprattutto nello scenario della guerra subacquea ed in particolare modo, all’interno di quei sistemi dedicati al delivery. I Navy Seals hanno utilizzato per anni unità sottomarine conosciute come “wet”, ovvero “bagnate”, che significa aperte o per meglio dire esposte alle condizioni ambientali delle acque. Nel caso di specie, infatti, gli Usa erano dotati del veicolo Mark VIII, un mini-sommergibile dove il personale trasportato era però obbligato ad utilizzare respiratori ed equipaggiamento particolare per proteggere i soldati nel mentre il sottomarino operava sott’acqua. Oggi, però, i progressi in tale direzione raccontano tutta un’altra storia, portando di fatto l’USSOCOM ad uno stadio avanzato nelle operazioni d’infiltrazione militari

Il mini-sottomarino incursore dell’USSOCOM

Gli Stati Uniti, infatti, voltano pagina e presentano il Dry Combat Submersible, un mini-sommergibile chiuso e capace di trasportare i soldati in un ambiente protetto e pressurizzato. Dall’analisi delle risorse si evincono caratteristiche che riportano una lunghezza approssimativa di 12 metri per un’altezza di circa 2 metri e mezzo. Il sottomarino può trasportare ben 8 militari più due piloti ed è munito di tre sezioni di bordo. Da quanto si evince, la prua sarebbe adibita al trasporto dei passeggeri, mentre a poppa è ubicata la postazione di controllo e comando dell’unità navale gestita dai piloti. Al centro invece, è presente il comparto predisposto al lock-in ed out degli incursori, che consente di fatto ai Seals d’infiltrarsi sott’acqua senza dispositivi di respirazione. Le straordinarie prestazioni indicano capacità d’immersione fino a 100 metri di profondità, navigazione inerziale, telefonia subacquea, due alberi sensori, sonar e sistemi di contromisure per le radiofrequenze. Inoltre, è dotato di sensibilità per il riconoscimento del terreno, che risulta essere una particolarità-tecnologica, altamente strategica, per l’avvicinamento alle coste o a postazioni avanzate di mare

La rivoluzione è rivolta però all’autonomia del veicolo, in quanto quest’ultimo è in grado di triplicare il suo potenziale rispetto ai sommergibili da combattimento ed è ben dieci volte più autonomo quando utilizza batterie alimentate ad alluminio ed acqua salata. Il sottomarino è infatti munito di un sistema detto Lift, un progetto che ha visto la cooperazione del Massachusetts Institute of Technology mediante la start-up Open Water Power. Il processo di trasformazione  consentirebbe di utilizzare l’acqua di mare in un meccanismo di reazione con anodi di alluminio così da creare quegli elettroni utili a poter alimentare il mini-sommergibile.

Sebbene sbalorditivo, è lo stesso Acquisition Executive Smith a dichiarare però che il gioiello Usa è ancora ad un anno dal raggiungimento del livello IOC. Più rassicuranti invece sembrano essere le dichiarazioni del portavoce del comando delle operazioni speciali Tim Hawkins, il quale lascia intendere invece che in breve tempo saranno pienamente soddisfatti tutti gli obbiettivi prefissati. Tale affermazione è stata confermata anche dalla LCDR Hawkins la quale avrebbe riferito già positivamente sugli attuali test in mare.

Lo USSOCOM, infine, taglia ogni indugio e mette in chiaro che gli Usa sono già proiettati a sviluppare sottomarini di nuova generazione, dotati di capacità tecnologiche ancora più avanzate di quelle attuali. A tal punto, quindi, sembrano esplicite le intenzioni degli Stati Uniti nel voler essere protagonisti indiscussi nel Naval Warfare e pronti a fronteggiare le nuove sfide che si prospettano nello scenario Artico e nel Pacifico

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