La geopolitica della corsa allo spazio
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I messaggi che arrivano dalle autorità russe di Crimea e Zaporizhzhya sono avvertimenti molto chiari nei confronti del governo ucraino: il Mar d’Azov rimarrà per sempre russo e i porti del Mar Nero finiti sotto controllo di Mosca, non torneranno a Kiev. A riportarlo è l’agenzia Ria Novosti, che riporta quanto affermato all’emittente russa da Vladimir Rogov, membro del consiglio dell’amministrazione di Zaporizhzhya. Il Mar d’Azov è perso per sempre in Ucraina. I porti nelle regioni di Zaporizhzhya e Kherson non saranno mai più ucraini”, ha detto. “Sono sicuro – ha continuato Rogov – che dopo la riunificazione delle nostre regioni con la Russia, il Mar d’Azov sarà di nuovo esclusivamente un mare interno della Federazione Russa”. Le parole fanno da eco a quelle pronunciate alcuni giorni fa da vice primo ministro del governo della Crimea, Georgy Muradov, che dopo la caduta Mariupol in mano russa aveva annunciato che il Mar d’Azov sarebbe diventato definitivamente uno specchio d’acqua condiviso dalla Russia e della Repubblica popolare di Donetsk.

Le parole che giungono dai territori sotto controllo russo sono quindi inequivocabili. I porti del Mar Nero, elementi fondamentali della strategia del Cremlino nell’attacco all’Ucraina, non sono semplici campi di battaglia, ma obiettivi di una strategia a lungo termine. Le affermazioni dei separatisti filorussi, che rievocano quanto già detto da alcuni esponenti russi sul fatto che Mosca è lì per rimanervi, non sono derubricabili a pura propaganda bellica, ma sono indicazioni precise. Segnali che si devono tradurre nel fatto che la cosiddetta “Novorossija”, ovvero quello spazio territoriale che tenta di ristabilire i territori dell’antico impero russo nell’area meridionale dell’Ucraina, sta lentamente, ma inesorabilmente, diventando una realtà effettiva. Una nuova conformazione regionale che passa inevitabilmente per la conquista delle principali città portuali e tra cui manca, per il momento, la vera perla del Mar Nero ucraino: Odessa.

Il fronte del Mar Nero, per quanto sottovalutato nelle prime settimane di guerra, si è rivelato nel tempo fondamentale, se non il vero obiettivo a lungo termine russo. La guerra, infatti, aveva inizialmente quegli obiettivi ripetuti da Vladimir Putin come un mantra: denazificazione, demilitarizzazione, neutralità di Kiev e riconoscimento delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhans’k oltre che della Crimea come territorio russo. Ma gli scopi finali di questa operazione erano anche quelli che si stanno realizzando nel sud del Paese. Il primo, era quello di congiungere la Crimea (ritenuta territorio della Federazione Russa a tutti gli effetti da Mosca) con le nuove realtà autoproclamate del Donbass e quindi con la Russia. Mariupol, città martire diventata centrale per l’assedio di Azovstal, serviva a questo scopo: cioè costruire in modo definitivo una fascia terrestre che unisse queste due regioni e evitare che il Mar d’Azov fosse anche conteso. Un obiettivo che è stato rafforzato anche dalla precedente presa di Melitopol, utile per ampliare la fascia territoriale in mano russa.

Ma c’è un altro obiettivo che era e rimane prioritario nelle logiche russe: escludere l’Ucraina dal mare. Un piano che per la Russia è sempre stato fondamentale dal momento che lo sbocco del Mar Nero, strategicamente vitale per Mosca, non doveva essere conteso da un potenziale avversario in orbita Nato, e cioè Kiev. Ma estromettere un Paese da un qualsiasi sbocco verso il mare significa, di fatto, renderlo anche un attore molto meno influente sul piano internazionale e soprattutto dipendente da altri Stati sul fronte commerciale. La ricerca di una via per raggiungere il mare è sempre stata fondamentale per qualsiasi potenza antica e recente: tagliare i rifornimenti, estromettere un Paese dalle rotte commerciali e dai tracciati sottomarini, evitare che possa ricevere aiuti indipendentemente dal placet di un vicino sono fattori fondamentali per la sopravvivenza e per lo status di sovranità di una realtà statale. Una scelta quindi che non è solo contingente, come dimostrato dalla possibilità o meno di decidere sul flusso di grano per evitare o meno una crisi alimentare mondiale, ma anche a lungo termine: senza mare, il destino di Kiev appare ben diverso da quello a cui può essere votata anche solo con la sopravvivenza di Odessa e di altri porti.

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