La geopolitica della corsa allo spazio
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Di Mariupol abbiamo visto la distruzione, di Bucha e l’area di Kiev le devastazioni, ma del Donbass stiamo vedendo poco o nulla. In parte per la censura, perché gli ucraini hanno imposto di non riprendere i propri mezzi distrutti mentre, dalla parte di Mosca, sono stati richiamati all’ordine i ceceni, rei di essere fin troppo attivi sui social. Ma in gran parte perché la battaglia che si sta svolgendo in questa regione orientale dell’Ucraina è “di vecchio stampo”. Trincee, piccoli avanzamenti anche di pochi metri e colpi continui di artiglieria costituiscono le caratteristiche principali del conflitto da queste parti. Una dinamica che, giorno dopo giorno, sta inghiottendo nel terreno migliaia di vite umane. Le immagini sono poche per l’appunto e soltanto i numeri possono rendere l’idea di quanto sta avvenendo: Kiev pochi giorni fa ha ammesso cento perdite al giorno, una cifra già ragguardevole e amplificata nelle scorse ore da David Arakhamia, il quale ha parlato, tra vittime e ferite, di almeno mille perdite quotidiane. E dalla parte russa certamente le cose, anche se mancano dati ufficiali, non stanno andando meglio. I due eserciti, in questa maniera, appaiono logorati. Nei numeri in primis, così come nel morale.

Due eserciti allo stremo

L’Ucraina sta ricevendo sempre più armi, a dispetto delle lamentele e dei primi cenni di polemica mossi da Kiev contro l’occidente. “Abbiamo consegnato di fatto l’equivalente di 12 battaglioni d’artiglieria, il gruppo di contatto Nato ha mandato 97 mila anti-tank, dato che supera quello dei carri armati nel mondo – ha sottolineato il capo di stato maggiore dell’esercito Usa, Mark Milley – Hanno chiesto 200 tank, ne hanno avuti 237. Hanno chiesto 100 veicoli blindati da combattimento, ne hanno ricevuti 300″. Il problema però, da parte ucraina, è capire chi userà questi mezzi e queste armi. Perché l’esercito è sempre più a corto di uomini. In tanti sono morti nella difesa di Kiev. Molti membri dei reparti scelti sono caduti nella battaglia di Mariupol. A questi fronti occorre aggiungere quelli di Kharkiv, dove gli ucraini hanno lanciato una vincente ma costosissima (in termini di uomini) controffensiva, di Kherson e ora di Severodonetsk e dell’intero Donbass dove, per l’appunto, Kiev perderebbe anche fino a mille uomini al giorno.

La coperta quindi è sempre più corta. Chi è rimasto in trincea deve fare i conti con difficoltà logistiche sempre più ingombranti. I raid russi in quasi quattro mesi, nonostante Mosca non sia riuscita ad ottenere un totale controllo dei cieli, hanno distrutto caserme, infrastrutture, ferrovie, depositi di carburante e di munizioni. Spostare uomini e mezzi da un fronte all’altro è opera quasi impossibile e, in ogni caso, molto rischiosa e pericolosa. L’esercito ucraino non è allo sbaraglio: le catene di comando stanno funzionando molto bene e non hanno subito grandi scosse, la volontà di continuare a combattere non sembra essere stata scalfita e la prospettiva dell’arrivo delle nuove armi sta tenendo a galla le speranze di Kiev. Ma è comunque una situazione delicata, con sempre meno uomini a disposizione e con sempre più linee di collegamento e rifornimento indisponibili. Un esercito logorato per l’appunto, sfiancato da quasi quattro mesi di battaglie in più regioni.

Ma dall’altra parte della barricata la situazione non appare migliore. La Russia, rispetto all’Ucraina, ha un vantaggio in più: quello di poter far ruotare maggiormente i propri uomini. L’esercito di Mosca è molto più grande in termini numerici ed è in grado di garantire senza grosse difficoltà ricambi di uomini e mezzi. Inoltre la strategia posta in essere a partire da aprile, quando è iniziato l’assalto al Donbass, sta garantendo linee di rifornimento più breve e più stabili, oltre che a linee del fronte più corte e quindi maggiormente sorvegliabili. Tuttavia l’esercito russo non è infinito. Attorno a Kiev, nel primo mese di guerra, ha subito perdite molto pesanti. In diverse intercettazioni i soldati russi hanno parlato tra loro di una situazione “peggiore della Cecenia”. Il Cremlino sta ricorrendo a tutti i mezzi possibili per avere più uomini in Ucraina. Magari reclutando nell’estremo oriente, dove la fame di lavoro attrae molti giovani verso la divisa, oppure ricorrendo anche a incentivi o ai privati della Wagner. C’è poi l’aspetto economico: Mosca sta spendendo tantissimo e in una fase poi dove le sanzioni dell’occidente, oltre a essere pesanti, potrebbero non garantire la filiera dell’industria militare russa. Da non trascurare l’aspetto mentale: molti soldati continuano a non capire perché il Cremlino li sta portando a morire nell’est dell’Ucraina.

Quali sono le possibili conseguenze?

Quando due eserciti si logorano a vicenda, il primo pensiero che viene in mente è la possibilità che entrambe le parti, oramai debilitate dal conflitto, cerchino una via di uscita diplomatica. E invece in Ucraina potrebbe accadere l’esatto opposto. Kiev, nel timore di avere poco tempo e in attesa dell’arrivo di nuove armi, potrebbe andare a intensificare le proprie azioni. Anche a costo di mandare volontari con poco addestramento e con poca esperienza, maggiormente esposti alle conseguenze più nefaste del conflitto. Mosca dal canto suo potrebbe andrebbe a imprimere nelle prossime settimane un’accelerazione nelle proprie operazioni, nella speranza di chiudere il prima possibile la pratica Donbass e non esporre l’esercito alle nuove armi girate all’Ucraina. Non uno stallo quindi, ma una nuova escalation: sarebbe questa la prima conseguenza del costante e continuo logoramento dei due eserciti.

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