La geopolitica della corsa allo spazio
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Essere, o non essere, questo è il dilemma” si chiedeva il tormentato principe Amleto creato dalla fantasia di William Shakespeare. Un aut aut col quale prima o poi tutti si confrontano. Un bivio dal quale non si scappa, che obbliga chiunque, dai grandi uomini carlyleniani agli stati, a compiere un atto di fede, o di coraggio, all’arrivo dell’atteso redde rationem della loro vita.

Il dubbio amletico dell’essere o non essere ha una rilevanza determinante nell’arena internazionale, dove una singola decisione può cambiare l’intero corso della storia e dove non di rado dei battiti d’ali di farfalla in una periferia generano dei terremoti in centro. Nel caso degli Stati, entità organiche composte da uomini – e, dunque, fallibili –, il dubbio amletico ha tradizionalmente assunto la forma della lacerante scelta tra l’allineamento e il non allineamento in tempo di guerra. Scelta lacerante perché unirsi allo schieramento sbagliato, a ostilità finite (e perdute), equivale a uscire dal palcoscenico della storia suicidandosi.

Allinearsi o non allinearsi, questo è il dilemma che quasi nessuno si pose dopo l’attentato di Sarajevo – traghettando il mondo nell’Inutile strage della Grande guerra. Allinearsi o non allinearsi, questo è il dilemma che convinse il Generalísimo a non aderire alla Seconda guerra mondiale – salvando il franchismo dalla caduta dei fascismi.

Allinearsi o non allinearsi, questo è il dilemma che durante la Guerra fredda alimentò la nascita del celebre Movimento dei non allineati (Non-Aligned Movement). Dilemma destinato a ritornare in auge con l’intensificazione e l’aggravamento della competizione tra grandi potenze, che dalla notte del 24.2.22, data spartiacque di questa parte di XXI secolo, è entrata in una fase (molto) più bellicosa delle precedenti. Fase che, in quanto contraddistinta dall’accelerazione della rimodulazione del sistema internazionale in blocchi, obbligherà chiunque a trovare una risposta al dubbio amletico del (non) allineamento.



Con l’unipolarismo o col multipolarismo?

Il Movimento dei non allineati non è mai morto. In letargo, forse, ma morto no. Tetto di due terzi della comunità internazionale – 120 membri affiancati da 20 osservatori e 10 organizzazioni internazionali –, dal 2019 è presieduto da Ilham Aliyev, il capo di uno stato, l’Azerbaigian, che della multivettorialità – cioè del non allineamento attivo – ha fatto un pilastro portante della sua politica estera.

Perennemente dalla parte del Sud globale, ieri assoggettato dal colonialismo e oggi vittima del neocolonialismo, il Movimento dei non allineati ha difeso le cause più variegate (e prevedibili) negli anni recenti: Cuba dall’embargo, l’Iran dalla massima pressione dell’amministrazione Trump, il Venezuela dai tentativi di porre forzosamente fine al bolivarismo, la Corea del Nord dalle sanzioni per il proprio programma atomico.

Essere non allineati, oggi come ieri, non ha mai avuto quale significato un non allineamento tout court. Al contrario, il non allineamento dei non allineati si è spesso identificato con l’antiamericanismo. Ieri per via del supporto degli Stati Uniti alle dittature militari simil-fasciste in chiave antisovietica. Oggi perché stare dalla parte di Russia e Cina, le “potenze revisioniste”, è sperare in una redistribuzione del potere, il multipolarismo, che si crede possa condurre ad un mondo più equo, giusto e migliore.



Allineati, non allineati, indecisi, doppiogiochisti

Il Movimento dei non allineati era stato spinto ad uscire dal letargo dai sommovimenti provocati dall’amministrazione Trump e dalla pandemia di COVID19, ma è la guerra in Ucraina che verrà ricordata dai posteri come l’evento che lo ha risvegliato definitivamente. L’evento che ha catalizzato il concretamento di fenomeni, processi e tendenze in divenire, e pre-esistenti, come il ritorno ai blocchi, la riscrittura delle catene del valore globali, la latinoamericanizzazione dell’Europa e l’ascesa degli stati-civiltà dell’Indo-Pacifico.

Scrivere di Movimento dei non allineati significa una pluralità di cose. Significa scrivere di potenze rivali, ad esempio Cina e India, le cui agende hanno degli importanti punti in comune, come la de-dollarizzazione. Significa scrivere di potenze in guerra (fredda), ad esempio Iran e Arabia Saudita, unite da simili volontà, come l’emancipazione del dār al-Islām dal plurisecolare dominio occidentale. Significa scrivere di BRI, ma anche di BRICS.



La nuova epoca all’orizzonte

Nel mondo di domani non ci sarà più spazio per temporeggiamenti e ambiguità, perché l’aggravamento della competizione tra grandi potenze – con annessa la stretta sulle periferie – non lo consentirà. O l’uno o l’altro schieramento. Pochi i fortunati che potranno vantare una simile dote. Tanti i tifosi della multivettorialità che del cambio di paradigma in corso sono stati già avvertiti: la Bielorussia riportata anima e corpo nell’orbita della Russia all’indomani dell’infruttuosa apertura a Occidente di Aleksandr Lukashenko, il Kazakistan travolto dalla più grave rivolta in trent’anni di indipendenza a inizio 2022, la Francia dell’autonomia strategica testimone di un crescendo di roghi (dolosi) dalla Corsica ai Dipartimenti d’oltremare.

Non nei grandi centri di potere, ma nelle periferie dei non allineati e dei disallineati verrà determinato l’esito della competizione tra grandi potenze. Perché se la teoria dei fuochi è valida, e la storia suggerisce che lo sia, è nei quartieri-dormitorio siti ai margini dei centri opulenti che va acceso il rogo della distruzione creatrice. Perciò la Cina ha puntato sulle remote Isole Salomone per sfidare la talassocrazia dell’Anglosfera nell’Indo-Pacifico. Perciò la Russia ha tenuto artificialmente in vita la “Troika della Tirannia“, spina nel fianco d’America. Perciò gli Stati Uniti hanno puntato sull’Ucraina per muovere una guerra per procura alla Russia.



Non è dato sapere in che modo si muoveranno tutti i non allineati e i disallineati, anche perché se la storia è maestra di vita, come sosteneva Cicerone, un insegnamento che ha dato all’umanità è che tutto è possibile, in special modo ciò che sembra impossibile e se l’argomento sul tavolo è la diplomazia. Perciò gli Stati Uniti, allo scoppio della guerra in Ucraina, hanno provato a fare di due rivali ridotti in palit della comunità internazionale, cioè Venezuela e Iran, due partner in tema di energia. E perciò il Brasile, l’India e l’Arabia Saudita, allo scoppio della guerra in Ucraina, hanno rifiutato (a gran sorpresa) la chiamata alle armi della presidenza Biden.

Non allineati, disallineati, indecisi e doppiogiochisti, saranno loro a determinare in ultima istanza, rispondendo al dubbio amletico con tradimenti inaspettati o prese di posizione nette, l’esito del grande scontro egemonico del XXI secolo.

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