La guerra di Israele è sempre più la guerra personale di Benjamin Netanyahu. Su ogni fronte: quello militare, quello diplomatico e quello politico interno. Quest’ultimo, segnatamente, è quello che sta dando i veri grattacapi a Bibi.
Benny Gantz non ha cambiato idea dopo l’operazione che ha portato alla liberazione di quattro ostaggi israeliani rapiti da Hamas il 7 ottobre scorso e nella notte di domenica ha lasciato assieme a Gadi Eisenkot, come lui ex generale e membro di punta del Partito di Unità Nazionale, il gabinetto di guerra di Israele.
Non sono scrupoli di natura morale o umanitaria a spingere fuori dal governo Gantz, che non ha mai preso posizione contro il capo di governo in diverse situazioni controverse. Come del resto è stata l’operazione che ha portato alla liberazione degli ostaggi, in cui sarebbero stati circa 300, di cui una buona parte civili, i palestinesi uccisi per esfiltrare i quattro prigionieri.
L’ex generale ha lasciato l’esecutivo di Netanyahu assieme al compagno di partito col fine di mettere il capo del governo tra l’incudine e il martello. L’incudine: il progressivo deterioramento della fiducia nel Paese per la conduzione della guerra, dato che Tel Aviv non ha ancora portato a compimento alcun obiettivo strategico nonostante le enormi devastazioni inflitte a Gaza, dove i morti superano quota 37mila. Un dato che Gantz pensa nemmeno l’uscita dei quattro ostaggi salvati a Gaza dopo otto mesi di prigionia possa invertire.
Il martello, invece, è il deterioramento della posizione politica di Netanyahu in campo internazionale. La cui tenuta è stata oggi rosicchiata per la terza volta, dopo l’incriminazione del Tribunale Penale Internazionale e le prescrizioni contro Israele della Corte Internazionale di Giustizia, da un nuovo voto pro-cessate il fuoco su una risoluzione Usa presentata al Consiglio di Sicurezza Onu. In mezzo, Gantz mira a essere il prossimo primo ministro, a guida di un governo di destra sì ma più moderato e privo delle torsioni confessionali dell’attuale esecutivo.
Gantz non è affatto un pacifista o un leader con qualche forma di clemenza verso Hamas e i gazawi. Sostiene le attività dell’Israel Defense Force a Gaza, non è radicale come Netanyahu sull’offensiva per colpire Rafah ma chiede di inserire in un quadro strategico la fine del conflitto. Come osserva The National, “Gantz e i suoi alleati, insieme a un segmento crescente della società israeliana, hanno accusato Netanyahu di non dare priorità al rilascio degli ostaggi israeliani, scegliendo invece di placare i membri di estrema destra del governo che vogliono continuare a combattere a Gaza. a tutti i costi. La partenza di Gantz potrebbe anche mettere in pericolo la proposta di cessate il fuoco presentata dal presidente americano Joe Biden alla fine del mese scorso, che aprirebbe la strada al rilascio degli ostaggi israeliani”.
L’Institute for the Studies of War, al contempo, ha ricordato che lo scenario di riferimento per la politica di Gantz ha anche una prospettiva diplomatico-geopolitica: “Gantz ha chiesto il controllo della sicurezza israeliana sulla Striscia di Gaza insieme alla formazione di un gruppo americano-europeo-arabo-palestinese che si occupi dell’amministrazione civile nella Striscia di Gaza. Questa amministrazione civile escluderebbe sia Hamas che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas”. Però al contempo Gantz “ha anche chiesto un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. L’accordo di normalizzazione attualmente richiede uno Stato palestinese”.
L’obiettivo dunque è proporre una road map di sistema capace di dare a Tel Aviv una prospettiva nazionale e regionale. Il grande gioco di Gantz mira a stanare molti alleati degli israeliani, a partire dagli Usa, dall’ambiguità verso Netanyahu, maltollerato ma mai scaricato, e guarda a futuri appuntamenti interni di carattere elettorale. Questi giochi di potere vanno di pari passo con una situazione securitaria che si sta deteriorando a livello regionale: Netanyahu va in all-in mentre sono già a un punto morto i colloqui per il cessate il fuoco Tel Aviv-Hamas e si aprono anche avvisaglie di un maggior coinvolgimento israeliano in Libano. Coinvolgimento, va detto, totalmente a-strategico. L’esatta dimostrazione di una “dottrina Netanyahu” che mira a congelare e procrastinare piuttosto che a risolvere problemi. Mentre a Gaza si continua a morire. E Gantz spera che possa, presto, venire il suo turno.

