La geopolitica della corsa allo spazio
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Impossibile far finta di niente. Tanto più dopo le ultime due notizie diffuse, relative rispettivamente ai lavori in corso per la costruzione di una terza portaerei, classe Type 003, e al dialogo, sempre più intenso e fitto, per la realizzazione di una base navale in Cambogia. Le ambizioni della Cina, legittime dal proprio punto di vista, iniziano a prendere forma.

Pechino intende estendere influenza militare e politica nella regione dell’Indo-Pacifico, probabile e futuro epicentro di scontro con gli Stati Uniti, nonché luogo chiave per il futuro dell’economia e dei commerci globali. Ma soprattutto – attenzione bene – intende farlo via mare, puntando cioè su una flotta abbastanza potente per difendere le proprie coste e fronteggiare le contese aperte nel Mar Cinese (Meridionale e Orientale), oltre che su una rete di basi.

A proposito della citata base cambogiana, tutto dovrebbe ruotare attorno alla ristrutturazione della base di Ream, non distante dal Golfo di Thailandia. La vicenda è ancora avvolta nella nebbia, tra smentite e indiscrezioni contrastanti. Nel frattempo – altro segnale da cogliere al volo – il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è appena tornato da un tour che ha toccato otto Paesi situati nel Pacifico meridionale. Il suo obiettivo: raccogliere sostegno per avviare un accordo di sicurezza e sviluppo.

I piccoli Stati del Pacifico in questione hanno rifiutato di stipulare, al momento, un accordo formale con la Cina. Ma la Cina tornerà con più soldi e altre promesse. Anche perché il gigante asiatico intende dominare le rotte marittime che sono state a lungo controllate, o comunque vegliate, dalla portata della US Navy.



I (possibili) piani di Pechino

Lo scorso marzo, il generale Stephan Townsend, capo dell’US Africa Command, ha dichiarato che Pechino vuole una base nell’Africa occidentale che si affacci sull’Oceano Atlantico. Da questo punto di vista, il Paese ritenuto più papabile al presunto piano cinese risulterebbe essere la Guinea Equatoriale. L’allarme è stato lanciato ma, come spesso accade in casi del genere, non sono seguiti risvolti. Altre fonti Usa hanno invece parlato del possibile interesse della Cina nei confronti di una base negli Emirati Arabi, così da controllare le rotte mediorientali. Sarà anche vero ma, almeno per il momento, la Repubblica Popolare è in possesso di una sola base: quella situata nel Gibiuti.

In ogni caso, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il Dragone ambirebbe ad una rete globale di basi per semplificare la proiezione nel mondo del proprio potere. Scendendo nei dettagli, gli obiettivi strategici della Cina sono militari ma anche economici e politici.

È interessante, poi, fare un raffronto tra la visione di Pechino, che ha messo in mostra una visione mercantilista delle risorse naturali, e quella adottata dal Giappone negli anni ’30. In altre parole, Pechino ritiene fondamentale contare su una rete di basi lontane dall’Impero capace di garantirle l’approvvigionamento di petrolio, minerali e altre materie prime, soprattutto nel caso di sanzioni, carenze globali o possibili conflitti.

Il ruolo della Marina

È qui che entra in gioco il ruolo giocato dalla Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. “Costruire una potente marina non è mai stato un compito così urgente come lo è oggi”, sosteneva nel 2018 Xi Jinping. La massima è ancora valida, e anzi, adesso la Cina può permettersi di iniziare a stringere i muscoli.

Già, perché nel corso degli ultimi anni la marina cinese è stata protagonista di un “grande balzo in avanti”, all’apparenza ben più efficace della mossa economica maoista. Mentre la flotta degli Stati Uniti continua a sfoltirsi – al momento Washington controlla 297 navi e conta di scendere a 280 entro il 2027 – la Cina ne conta 355 e punta ad arrivare a quota 460 entro il 2030. È vero, Pechino si affida a navi più piccole ma presto, come detto, lancerà una nuova portaerei. E altre sorprese potrebbero essere nel cassetto.

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