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Il ministro degli Esteri ucraino, Vadym Prystayko, ha reso noto che potrebbe presto essere organizzato un summit tra i leader di Russia, Germania, Ucraina e Francia per cercare di porre fine al conflitto nel Donbass. L’incontro, che dovrebbe aver luogo a Parigi intorno alla metà di novembre, è però condizionato alla capacità delle forze militari di Kiev e dei ribelli separatisti di mantenere un cessate il fuoco di almeno una settimana nelle regioni di Donetsk e Lugansk e dal ritiro delle armi leggere dalle zone degli scontri. Prystayko ha definito gli sviluppi come l’ultimo tentativo, da parte di Kiev, di seguire lo schema previsto dagli Accordi di Minsk del 2014-2015 per mettere fine al conflitto. Qualora questo approccio dovesse fallire le autorità, secondo il ministro, adotteranno un approccio diverso, un piano B che però non è stato descritto nel dettaglio.

Le speranze per la pace

Il presidente ucraino  Volodymyr Zelensky non ha mai nascosto la sua intenzione di voler mettere fine al conflitto nel Donbass che, ad oltre cinque anni dal suo scoppio, ha provocato più di tredicimila morti, gravi danni infrastrutturali e la fuga di almeno un milione e mezzo di persone dalle aree degli scontri. La guerra incide pesantemente sull’economia ucraina frenandone lo sviluppo e scoraggiando le attività  degli investitori stranieri nel Paese. I duplici Accordi di Minsk hanno contribuito a porre fine alla fase più violenta del conflitto, svoltasi tra il 2014 ed il 2015, ma non hanno impedito la prosecuzione delle ostilità su scala ridotta. Zelensky ha accusato Mosca di aver già ritardato l’organizzazione del summit, che avrebbe dovuto avere luogo tempo fa, perché le autorità della Federazione Russa avrebbero preteso che fossero le autorità ucraine a ritirare per prime il contingente militare dal Donbass. Questioni come queste rischiano di porre seri ostacoli nella normalizzazione dei rapporti tra le parti e di rallentare l’implementazione delle misure volte ad abbassare la tensione. Il capo di Stato ucraino aveva aderito, alcune settimane fa, alla cosiddetta Formula Steinmeier per gli oblast di Donetsk e Lugansk: autonomia permanente per le due regioni in cambio di elezioni locali libere, democratiche e monitorate da osservatori internazionali dell’Osce, che dovranno decretarne la legittimità. Il problema è che tanto le milizie separatiste quanto l’esercito ucraino dovrebbero cessare le attività di combattimento nella zona per consentire il voto, un esito che, viste le condizioni sul campo, sembra di difficile realizzazione

Le prospettive

La guerra nel Donbass continua a provocare morte e distruzione tanto tra le fila dell’esercito ucraino quanto tra quelle dei ribelli separatisti. I civili, invece, continuano a pagare il prezzo di trovarsi a vivere lungo il fronte e di venire coinvolti, loro malgrado, nelle ostilità. Secondo le Nazioni Unite, nel periodo compreso tra il 16 maggio ed il 15 agosto 2019, otto civili sono stati uccisi e sessanta sono rimasti feriti, un dato in netto aumento rispetto ai tre mesi precedenti. La presenza di mine antiuomo e di parti residue degli armamenti rende, poi, ancora più pericoloso vivere nelle aree interessate dagli scontri. La nuova amministrazione ucraina, presieduta da Zelensky, sembra particolarmente determinata nel voler mettere fine alla guerra e nel riportare la pace nella nazione. I rapporti con Mosca, estremamente tesi sin dal cambio di governo a Kiev nel 2014, si sono leggermente rasserenati e questo lascia ben sperare per una conclusione positiva della vicenda. Lo svolgimento dell’annunciato summit tra le parti, qualora abbia effettivamente luogo, potrebbe servire a sbloccare, per il meglio, una situazione complessa e sempre più incancrenita.