Era l’ottobre del 2023 quando il nord di Israele si trasformò in un fronte di guerra, con intensi scontri che coinvolsero Hezbollah, i cui razzi e droni colpirono le città di confine, all’interno di un più ampio fronte di opposizione contro le politiche israeliane e a sostegno della lotta di Hamas e dei palestinesi di Gaza.
Le case, costruite sui resti di un passato doloroso, erano un tentativo di cancellare la storia, di riscrivere il destino di un popolo. Ma la guerra ha riportato tutto alla luce, mostrando l’impalcatura fragile di un’illusione arrogante. Sessantamila israeliani, costretti ad abbandonare le loro certezze, sono diventati rifugiati in un lembo di terra che non era mai stata davvero loro. Le loro case, vuote e silenziose, giacciono da allora come scheletri di un’ambizione sbagliata. Oggi, a più di un anno da quei giorni di fiamme, il governo di Israele tenta di rimettere insieme i cocci, o almeno di apparire come se lo stesse facendo.
“Tornate”, sembrano dire i progetti governativi israeliani, come se la guerra fosse una passeggiata al parco. Tornate nelle case costruite su terre altrui, ora nidi di calabroni, su territori trasformati in giardini di spine. Tornate a vivere in un inferno che non vi è mai appartenuto. Israel Hayom racconta di un piano che prevede il rientro dei coloni a partire da fine febbraio, quando scadrà il cessate il fuoco con Hezbollah. Se la sicurezza lo permette, ovviamente, ma come sappiamo, la sicurezza stessa è un concetto che può rivelarsi elastico per Israele.
Il conflitto ha prodotto un’eredità di ostilità e dolore su entrambi i fronti, ma il prezzo più alto è stato pagato dai civili libanesi e palestinesi. Quasi 4.000 libanesi, tra combattenti di Hezbollah e civili innocenti, sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani a partire dallo scorso settembre. Più di un milione di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case nel sud del Libano. La distruzione ha colpito scuole, ospedali e abitazioni, in una campagna che molti osservatori internazionali hanno definito sproporzionata e spietata. Dall’altra parte, nonostante il cessate il fuoco del 27 novembre, il ritorno alla normalità è ancora un obiettivo lontano. Solo un quarto dei coloni è tornato nelle loro case nel nord di Israele. A Metula, per esempio, appena venti persone hanno avuto il coraggio di rimettere piede nelle loro abitazioni.
Ora, con quattrini sporchi di sangue, il governo israeliano è certo di riuscire a comprare l’anima della sua popolazione. Ogni famiglia riceverà 15.000 shekel (circa 3.500 euro) per sistemare i danni alle abitazioni. Ogni adulto otterrà la stessa somma, mentre i bambini ne riceveranno 8.000 shekel ciascuno (circa 1.900 euro). Soldi che appaiono esigui rispetto al rischio di un ulteriore bombardamento, ma che potrebbero dare l’illusione di protezione. Ma il vero prezzo da pagare non è solo economico, è la paura, l’incertezza, la costante minaccia di un futuro instabile che spinge molti coloni a non tornare.
Nel frattempo, Hezbollah, visto da molti come la roccaforte della resistenza contro l’occupazione israeliana, non solo ricostruisce le proprie basi, ma continua a fornire supporto alle comunità devastate. I leader del movimento hanno sottolineato che non consentiranno che il sud del Libano venga trasformato in una terra abbandonata o che i profughi vengano lasciati soli. “La resistenza è vita”, ripetono, mentre le persone si organizzano per far fronte alle difficoltà quotidiane.
E poi c’è il Golan. Un angolo di terra conteso, tra Siria e Israele, che rappresenta un frammento di storia irrisolta. Israele ha occupato le alture del Golan nel 1967, e da allora ha cercato di consolidare la sua presenza, ignorando le rivendicazioni siriane. L’8 dicembre, approfittando del caos in Siria, dove il regime di Bashar al-Assad è ormai sotto il controllo degli estremisti sostenuti da Stati Uniti e Turchia, l’esercito israeliano ha registrato un ulteriore avanzamento nel territorio. Pochi giorni dopo, il governo di Netanyahu ha lanciato un piano da 11 milioni di dollari per incentivare la colonizzazione del Golan, raddoppiando il numero dei coloni israeliani nella zona. Soldi per costruire, ma anche per ribadire il proprio dominio. Una strategia che sembra voler trasformare una terra di conflitto in una terra di conquista.
Ma in questo giardino desolato, dove ogni fiore è un ricordo di un tempo troppo lontano per essere ricordato come migliore, cosa significa essere un colono? Significa essere un’entità estranea, che avanza senza scrupoli, come un tumore che cresce e consuma ogni risorsa, succhiando linfa vitale da una terra che grida vendetta, da un popolo che lotta per il proprio diritto di esistere. Essere un colono è come un naufrago su un’isola deserta, costretto a sopravvivere con mezzi disumani, a usare la forza e la paura per piegare la volontà di chi è radicato in quella terra da generazioni. Ma soprattutto, essere un colono significa essere il volto di un’oppressione sistematica, sfidando chi crede che la terra, nonostante tutto, possa ancora parlare la lingua di chi l’ha vissuta, amata e difesa con il sangue e la dignità di un popolo che rifiuta di essere cancellato. Significa misurarsi con il sogno di un ritorno, con il dolore di una memoria che non si arrende, e con la consapevolezza che, anche se le cicatrici sono profonde, il futuro appartiene a chi sa resistere.

