Il Golfo a corto di intercettori? I timori degli Usa e dei Paesi arabi per la guerra

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La Terza guerra del Golfo prosegue e il tema della risposta iraniana si fa sempre più urgente di fronte alle prospettive che un conflitto duraturo possa mettere sempre più sotto pressione non solo la Repubblica Islamica ma anche gli Stati arabi. Mentre Usa e Israele bombardano l’Iran e Teheran risponde colpendo basi e infrastrutture energetiche nella regione, la sfida è tra la capacità balistica della Repubblica Islamica e quella di intercettazione di chi vuole contenere i danni.

Missili e droni contro antiaerea

Paolo Mauri ha segnalato il calo dei lanci di missili e droni iraniani dall’inizio della guerra, il 28 febbraio scorso, ponendosi il dubbio se Teheran fosse stata effettivamente indebolita sul piano tattico o se strategicamente stesse tenendo l’arsenale da parte per sfruttare possibili effetti sorpresa. Dubbio alimentato dalla partita a scacchi con l’intercettazione di Paesi che l’Iran bersaglia in risposta ai raid, non ritenendoli formalmente nemici ma coinvolgendoli nella guerra per alzare l’asticella del conflitto.

Il politologo dell’Università di Albany e dello Stimson Center Christopher Clary ha indicato che dal 7 al 10 marzo il tasso di mancata intercettazione dei droni lanciati da parte dell’Iran in direzione degli Emirati Arabi Uniti si è drammaticamente impennato, salendo dall’1,7% al 25,7% dei colpi a segno. Parliamo di una strategia di logoramento intensiva, con l’Iran che mette nel mirino le basi americane e gli impianti ritenuti abilitanti del conflitto, da ultimo segnalando come bersagli legittimi anche gli asset delle compagnie tecnologiche Usa nel Golfo.

I Paesi del Golfo sono a corto di intercettori

L’obiettivo è, come detto, quello di rendere oneroso il conflitto sotto ogni punto di vista. E creare, in prospettiva, un dubbio ai nemici americani e israeliani: costringere soprattutto Washington a esplicitare le sue vulnerabilità nel sostegno agli alleati.

Margaret Brennan della Cbs aveva indicato già il 5 marzo scorso della percepita vulnerabilità delle difese aeree che attanagliava i leader del Golfo, e del fatto che Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e altri governi avessero chiesto aiuto agli Usa per aumentare le spedizioni di intercettori.

Una lettura coerente sia col resoconto di Middle East Eye del 2 marzo sulla scarsa volontà americana di puntellare gli alleati sia con il degrado graduale del tasso di intercettazione. Per l’analista Michal Kudzia, peraltro, non è da escludere che “se la campagna aerea statunitense e israeliana perderà intensità, l’Iran potrebbe essere in grado di aumentare la portata dei suoi attacchi e ottenere un temporaneo vantaggio in termini di escalation”.

Lo scontro con l’Iran “brucia” le scorte di Patriot

Dal punto di vista dell’antiaerea, quella in corso in Medio Oriente è una guerra ad altissima intensità in cui, per fare un paragone, si sono già sparati molti più missili Patriot, un migliaio per la precisione, che in quattro anni di invasione russa dell’Ucraina, che hanno visto gli asset americani in mano a Kiev in azione “solo” 600 volte complessivamente.

“Gli stati del Golfo hanno utilizzato costosi intercettori provenienti dai sistemi di difesa missilistica balistica Terminal High Altitude Area Defence (Thaad) e dalle batterie Patriot”, nota Middle East Eye, aggiungendo che “gli Stati Uniti producono solo circa 600 intercettori Patriot Pac-3 all’anno” e “le foto sui social media mostrano detriti che suggeriscono l’utilizzo di vecchi intercettori Pac-2 nel Golfo” per ovviare alle carenze.

Già la Guerra dei dodici giorni di giugno 2025 fu un bagno di sangue per le scorte antiaeree statunitensi, e allora si trattava unicamente di puntellare la difesa israeliana. Ora la necessità di aiutare anche il Golfo, spalleggiato da partner come i Paesi europei interessati a tutelare i loro asset in loco ma non decisivi per gestire la minaccia, chiama un ampliamento del perimetro.

Usa, rafforzare il Medio Oriente e sguarnire l’Asia?

A giugno, la guerra Israele-Iran consumò un quinto delle disponibilità delle batterie Thaad americane, e in questo caso Washington potrebbe trovarsi costretta a puntellare la difesa aerea mediorientale sguarnendo altri teatri.

Ieri  il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha dichiarato che è possibile lo spostamento di una batteria Thaad dal comando indo-pacifico all’area d’operazione mediorientale gestita da Centcom, oltre che di diversi sistemi Patriot. Ipotesi, questa, che spaventa Seul, impaurita per l’ipotesi di restare sguarnita in caso di confronto con la Corea del Nord.

Il fatto che Washington abbia pensato di indebolire il suo teatro strategico più importante per evitare emergenze in Medio Oriente parla chiaro. L’Iran ha accettato la guerra d’attrito e con la sua “difesa a mosaico” assorbe i danni e prova a distribuirli su più fronti. I calcoli di Usa e Israele circa un rapido collasso di Teheran sono risultati fallaci. E ora la battaglia tra missili della Repubblica Islamica e capacità d’intercettazione sarà sul filo del rasoio. La strategia iraniana è chiara: alzare i costi per gli attaccanti e i loro partner. Più si consumeranno le scorte antiaeree senza essere ricostituite, più Teheran potrà dire di aver incassato risultati.

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