Emmanuel Macron sa che rischia un clamoroso fallimento. Il Sahel si sta trasformando nell’Afghanistan francese dopo che in Libia ha già dovuto fare i conti con una debacle per mano turca e russa. E ora, dopo che gli ultimi veri avamposti libici sono rimaste alcune aree del Fezzan, rischia di vedere sgretolare il suo impegno militare anche in Africa centrale e occidentale, specialmente dopo la morte di Idriss Deby in Ciad e l’evidente avanzata turca nella regione.

Il sostegno degli Emirati, confermato dai primi voli logistici in supporto delle operazioni francesi, non cambia le carte in tavolo. L’operazione Barkhane, che serve a Parigi per annientare il terrorismo locale, i ribelli, sostenere i fragili governi del G-5 Sahel e soprattutto monitorare rotte umane e delle risorse energetiche, richiede alla Francia un tributo di sangue notevole. I caduti d’Oltralpe aumentano ogni anno e lo sforzo bellico si tramuta anche in un capitolo di spesa che ad oggi l’Eliseo rischia di non potersi più permettere.

Il ritiro francese dal Sahel non avrebbe in ogni caso nemmeno il minimo sapore della vittoria. Gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro dall’Afghanistan dopo che le recenti amministrazioni americane hanno tutto mostrato il desiderio di porre fine a quella terribile “endless war”. Diverso il caso francese, dove Macron non ha mai realmente accennato a un ritiro delle forze transalpine. Le president, a fine mandato, apparirebbe come un leader in fuga dal teatro di guerra e non come un uomo che ha avuto la capacità di risolvere la crisi e di andarsene da vincente. E questo bivio terrorizza la già fragile leadership del capo dell’Eliseo, tallonato a destra da una Marine Le Pen apprezzata dai militari e da sinistra da un mondo in fermento che non accetta più guerre infinite senza una chiara strategia che eviti morti e dispendio di risorse economiche.

Di qui il desiderio francese di provare una nuova strategia che coinvolga l’Europa. Dopo aver ricevuto il “no” americano ai tempi di Donald Trump, sollecitato a intervenire per fermare la penetrazione russa e cinese nell’area, Macron sta cercando in ogni modo di coinvolgere i partner europei nell’inferno del Sahel. Un piano che appare più come la volontà di spartirsi le perdite che quello di dividere realmente gli utili: perché per molti anni, quando si è trattato di costruire una rete diplomatica e strategica nell’area africana, la Francia ha evitato meticolosamente che altri paesi entrassero nella disfida. Prova ne è stata la contrarietà di Parigi all’ingresso dell’Italia nell’arena africana, con più di un ostacolo posto dalla Francia alla missione italiana in Niger. Idem per quanto riguarda la Libia, dove il sostegno italiano all’unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale, e cioè quello di Tripoli, si è scontrato con il supporto francese a Khalifa Haftar, con la speranza che fosse Parigi, tramite le forze speciali, la sua diplomazia e la Total, ad avere il controllo del paese al posto di altri attori internazionali.

Adesso le cose sembrano decisamente cambiate. Il piano di Parigi è quello di volere a ogni costo Roma al suo fianco dopo che per anni ha limitato le azioni italiane in Europa, nel Mediterraneo e in Africa. E quest’idea francese sembra abbia avuto un’improvvisa accelerazione da quando Mario Draghi è arrivato a Palazzo Chigi. Macron considera il presidente del Consiglio italiano un partner affidabile, e ora spera che dall’Italia possa arrivare quel supporto strategico che serve alla Francia per uscire da una difficilissima impasse in Africa e per svincolarsi dal pesante fardello dell’asse franco-tedesco, utile finché c’era Angela Merkel saldamente al potere. L’intervento italiano nella Task Force Takuba, la missione europea a guida francese per il supporto agli eserciti del Sahel, potrebbe essere il simbolo di questo cambio di passo.

Certo, il gioco deve essere valutato attentamente. L’Italia ha tutto l’interesse a inserirsi nel contesto africano oltre il “muro” del Sahel. Lo fa già in Africa occidentale con le missioni navali antipirateria: ma riuscire a penetrare anche nel cuore dell’Africa significherebbe strappare accordi sul fronte migratorio, controllare i traffici, e soprattutto avere un maggiore coinvolgimento in un’area centrale per il controllo “da remoto” della Libia. Strategia che ha già messo in atto la Turchia, tanto che oltre al sostegno (più o meno celato) ad alcune forze del Ciad, ha anche stretto importanti accordi con il Niger. Roma non può abdicare a questo ruolo, ma deve capire bene da che parte stare. Il rischio che Parigi chieda un intervento per evitare semplicemente il suo tracollo esiste: l’importante è che anche l’Italia sia in grado di declinare una sua strategia senza eseguire l’ordine arrivato da Oltralpe.