Il gioco americano in Libia

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“From the Halls of Montezuma to the shores of Tripoli” recita l’inno dei Marines. E forse basterebbe questo per capire che gli Stati Uniti, della Libia, non possono dimenticarsi. Uno scenario troppo importante per gli interessi di Washington se addirittura è in Libia che sono stati inviati, per la prima volta, i fanti della Marina americana. E che torna a essere fondamentale ora, dopo anni di quiescenza americana successiva all’operazione contro Muhammar Gheddafi, con la Russia che è entrata prepotentemente nel conflitto spartendosi le aree di influenza con la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan. Uno scenario che gli Stati Uniti hanno continuamente monitorato ma che non li ha mai visti eccessivamente coinvolti. Washington sa che il ginepraio libico ha caratteristiche fin troppo simili, se non per certi versi peggiori, alla guerra di Siria, da cui Donald Trump (e non solo) cerca in tutti i modi di uscire mantenendo intatti gli interessi suoi e dei suoi alleati.  Tuttavia sbaglia chi crede che l’America non sia interessata al problema: lo è e lo dimostra il coinvolgimento sempre più diretto nelle sorti del conflitto.

Nell’ultima settimana, con l’avanzata delle forze di Tripoli verso Est alla riconquista dei territori in mano all’esercito di Khalifa Haftar, Erdogan ha avuto un colloquio con Trump con cui i due leader si sono accordati per un processo di transizione in Libia da cui, come ha ammesso lo stesso presidente turco, “può iniziare una nuova era tra Turchia e Usa”.

Parole non certo casuali: gli Stati Uniti sono pur sempre il vertice di quella Nato di cui Ankara fa serenamente parte nonostante i patti con Mosca anche in campo missilistico. E il fatto che Erdogan abbia sentito la necessità di accordarsi con Trump mentre le sue forze e quelle di Fayez al Sarraj marciano verso Sirte, indica che la traiettoria intrapresa dalla Turchia sia quella di passare all’incasso. La spartizione della Libia è ormai un dato di fatto: ma i turchi non possono farcela da soli, specie de dalla Russia hanno già fatto capire che Sirte sarà la linea rossa della controffensiva di Tripoli. Al di là di quella linea ci sono gli uomini di Haftar, i droni degli Emirati, i caccia spediti in via misteriosa da Mosca via Damasco e soprattutto i contractors della Wagner, che di certo non si sono ritirati perché sconfitti. Putin ha fatto capire di essere disposto a un accordo che preveda un cessate-il-fuoco purché sia garantita un’area di influenza russa sulla Cirenaica lasciando così che Sarraj si riprendesse i territori perduti. Ma l’avanzata, con la regia degli strateghi turchi appare rischiosa sia per Putin che per Erdogan, e per questo il Pentagono e la Casa Bianca hanno capito di potersi inserire: alla Turchia serve l’appoggio americano; alla Russia serve che gli Stati Uniti mettano un freno ai turchi, che è poi la stessa richiesta che arriva da Grecia, Egitto, Emirati e dai partner europei degli Usa come Francia e Italia.

Per gli Stati Uniti si apre dunque uno scenario decisamente interessante, perché forse per la prima volta da molto tempo sono riusciti in un intento che, almeno in Siria, hanno lasciato quasi sempre al Cremlino: fare da mediatori. In Siria il gioco è riuscito solo in parte: gli Stati Uniti hanno provato a rovesciare Bashar al Assad sostenendo i ribelli e hanno mantenuto le forze sul territorio nella guerra al Daesh e in quella (indiretta) all’Iran. Ma non hanno mai potuto avere un ruolo da mediatore con Assad rimasto saldamente al potere nonostante anche lì vi siano da una parte i russi e dall’altra i turchi che giocano la loro partita. In Libia le cose sembrano molto simili se viste nell’ottica di Putin e Erdogan, ma hanno una differenza fondamentale: gli Stati Uniti non sostengono la ribellione, ma il piano di pace delle Nazioni Unite. Il tutto mentre formalmente appoggiano Sarraj ma non interrompendo mai i canali con la loro vecchia amicizia a Bengasi, Haftar. E soprattutto non c’è un territorio in cui Washington non abbia un alleato o partner coinvolto che possa fargli da avamposto.

Mentre Trump telefona, il Pentagono si muove. In questi giorni Africom, il comando Usa per l’Africa, ha denunciato – in modo anche abbastanza sorprendente – la presenza russa nella base di Al Jufra, e ha annunciato l’accordo con la Tunisia per l’invio di una piccola brigata. Segnali importanti che dimostrano come ad Arlington, sede della Difesa americana, nessuno abbia chiuso gli occhi su quello che sta avvenendo in Libia. A questi dichiarazioni “politiche” si aggiungono poi i movimenti dei mezzi aerei e navali, che nel Mediterraneo centrale non sono mai cessati: un aereo da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon della Us Navy è stato tracciato mentre “arava” il mare antistante le coste di Tripoli, mentre la Nato ha già fatto capire di avere intenzione di “appoggiare” la missione aero-navale dell’Ue, Irini.

Mosse strategiche che indicano come Washington voglia mettere il piede in Libia per provare a replicare allo “schiaffo” siriano senza rimanere coinvolta nelle famigerate “endless wars” e che servono a Trump come leva contrattuale con i suoi partner. Può farlo con l’Egitto, che è a rischio sanzioni per l’acquisto dei Sukhoi e che vorrebbe che l’America fermasse i sussulti di Erdogan. Può farlo con i partner europei, che potrebbero chiedere una “benedizione” di Washington per la Conferenza di Berlino e il piano di pace Onu prima che siano tutti estromessi dalle forze extra-europee in campo. Può proporsi ai partner arabi in conflitto tra loro chiedendo in campo accordi vantaggiosi sul fronte politico, petrolifero ed economico. E può mostrarsi al Cremlino come (di nuovo) il vero interlocutore di fronte alla debolezza europea e dei partner atlantici. Uno scenario per certi versi idilliaco per un’America in ritirata strategica, ma che ovviamente deve fare i conti con un problema di fondo: ora non è più sola.