La geopolitica della corsa allo spazio
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Dall’Ucraina i venti di guerra soffiano forte, forte provocando un po’ ovunque un’improvvisa quanto micidiale corsa al riarmo. E se in Europa si combatte e si muore, in Asia intanto si riempiono gli arsenali. In primis c’è la Cina che soltanto l’anno scorso ha speso per la difesa ufficialmente 293 miliardi di dollari con una crescita del 4,7% rispetto al 2020. Un dato pesante che sommato alla ripresa dell’attivismo missilistico di Kim Jong Un ha allarmato tutti gli attori regionali: Taiwan, Corea del Sud, Vietnam, Filippine, Australia e, ovviamente, Giappone. Da qui l’intenzione del governo di Tokyo di raddoppiare la spesa militare, per raggiungere in cinque anni quel fatidico due per cento richiesto da Washington ai suoi principali alleati Nato e non.

Una svolta storica. Il Paese è tutt’oggi vincolato alla costituzione pacifista, imposta nel dopoguerra dai vincitori americani, che vieta espressamente al Giappone di possedere forze armate, sebbene a partire al 1953, per volontà proprio degli statunitensi impegnati nella guerra fredda, il divieto è stato aggirato con la costituzione delle “Forze di autodifesa”, un dispositivo militare limitato e relativamente poco costoso. Una condizione decisamente confortevole ma ormai superata dagli eventi.

All’indomani dell’invasione russa in Ucraina il primo ministro Kishida Fumio ha chiesto agli esperti del suo partito (i Liberal-democratici, al potere quasi ininterrottamente dal 1955) uno studio articolato sul sistema difensivo nipponico propedeutico alla preparazione del nuovo documento sulla strategia di sicurezza nazionale che il governo presenterà il prossimo autunno al parlamento. Dall’analisi emergono, a fronte di molte criticità e tanti ritardi della difesa nazionale, forti preoccupazioni per l’espansionismo russo, lo sviluppo del programma nucleare della Corea del Nord e le crescenti manovre militari cinesi attorno a Taiwan.

Insomma, è tempo di riarmarsi sul serio e spendere tanti soldi. “Vogliamo che il nostro Paese sia in grado di rispondere all’aumento delle capacità militari degli altri Stati” ha sottolineato Onodera Itsunori, responsabile del gruppo di ricerca. Ma non solo. Oltre a raccomandare l’innalzamento del budget gli esperti chiedono che Tokyo si doti di “capacità di contrattacco” cioè di forze missilistiche offensive in grado di neutralizzare eventuali minacce nemiche.

Il passaggio dall’attuale fase difensiva ad una, benché teorica, fase offensiva ha spaccato verticalmente l’opinione pubblica (46 per cento favorevoli e 46 per cento contrari) e ha acceso nuovamente il dibattito politico.  Significativamente l’opposizione più massiccia ai piani governativi arriva dall’arcipelago di Okinawa, teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra del Pacifico e sino al 1972 territorio amministrato direttamente dagli Stati Unti. Ancor oggi, cinquant’anni dopo la restituzione formale della sovranità a Tokyo, le isole ospitano il 70 per cento delle basi americane presenti in Giappone, una presenza ingombrante che la popolazione sopporta con crescente disagio e malessere.

Da anni il popolarissimo governatore Danny Tamaki si batte per la riduzione radicale della presenza militare “star and stripes” sulle sue isole promuovendo referendum (regolarmente stravinti e ignorati da Tokyo…) contro le basi e continue proteste contro la militarizzazione dell’arcipelago ma sempre senza successo. Puntualmente il governo centrale continua ad ignorare ogni richiesta e anche l’ultimo tentativo di Tamaki, esperito lo scorso 10 maggio, è caduto nel vuoto.

Ma non sono solo gli americani ad inquietare gli isolani. La vicinanza di Cina e Taiwan e l’incubo di rivivere la tragedia del 1945 – mesi di furiosi combattimenti e tremendi massacri di civili – ha rafforzato ancor di più il locale fronte pacifista. Per nulla entusiasta di ritrovarsi nuovamente su un’ipotetica linea del fronte, la maggioranza degli abitanti vede con sospetto la nuova politica di Kishida Fumio e contesta apertamente la decisione di costruire nuove installazioni militari per le “Forze di autodifesa”. Da qui le forti proteste contro la costruzione sull’isola Ishgaki, la più meridionale dell’arcipelago e la più vicina a Taiwan, di una grande base missilistica. Malgrado la raccolta di 14mila firme (su 50mila abitanti…) per un referendum, il governo non cede di un millimetro e i lavori proseguono senza sosta. Per il ministero della Difesa la strategica Ishgaki sarà il nuovo cardine della barriera difensiva nazionale. Punto e basta. L’Oceano Pacifico è sempre meno pacifico.

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