Il generale Boni: “Operazione Spider web, americani e inglesi non potevano non sapere”

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L’operazione ucraina “Spider web”, condotta dall’Sbu ucraino il 1° giugno, è stata inizialmente paragonata a una “Pearl Harbour russa” per il suo impatto sull’aviazione strategica russa. L’Sbu ha inizialmente dichiarato di aver colpito il 34% dei vettori missilistici strategici russi, con danni stimati a 7 miliardi di dollari, e successivamente ha riportato la distruzione di 41 bombardieri per oltre 2 miliardi di dollari.

Tuttavia, pur trattandosi di un’operazione di grande rilevanza per come è stata condotta e per essere riuscita a colpire il territorio russo in profondità, il bilancio è stato fortemente ridimensionato: solo 8 aerei sarebbero stati colpiti nelle basi di Belaya e Olenya, tra cui 5 Tu-95MS, 2 Tu-22M3 e un aereo da trasporto. Fonti ucraine hanno ulteriormente corretto il dato, indicando 4 Tu-95, un aereo da trasporto e fino a 5 Tu-22M3 danneggiati o distrutti. Abbiamo cercato di fare chiarezza sulle implicazioni dell’operazione condotta da Kiev con il Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Maurizio Boni.

Militare con una carriera di spicco alle spalle – Vicecomandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della Nato a Innsworth (Regno Unito), Capo di Stato Maggiore dello stesso Corpo a guida italiana a Solbiate Olona (Varese) e Capo Reparto Pianificazione e Politica Militare dell’Allied Joint Force Command di Lisbona – il generale Boni è un fine analista geopolitico e militare e autore di due opere di riferimento: L’Esercito russo che non abbiamo studiato (2023) e La Guerra Russo-Ucraina. Strategie e percezioni di un conflitto intraeuropeo, entrambi pubblicati da Il Cerchio.

Generale Boni, parliamo dell’operazione “Spider Web” che ha sorpreso la Russia, cercando di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, e di chiarire alcuni aspetti su cui si è fatta un po’ di confusione. Quali sono le implicazioni strategiche di questa operazione per il conflitto?

“La prima considerazione è capire se gli americani fossero a conoscenza dell’operazione. Dal punto di vista degli sviluppi sul campo di battaglia e dell’evoluzione del conflitto, non c’è possibilità che questa azione modifichi, anche minimamente, il corso delle cose. Tuttavia, per quanto riguarda i negoziati e le aspettative che la Russia faccia le concessioni chieste da Trump, prima ancora del suo insediamento alla Casa Bianca, l’operazione ha un impatto. Poco prima dei negoziati di Istanbul, Trump, forse scoraggiato dall’andamento delle trattative, aveva detto che sarebbe potuto accadere qualcosa di molto brutto a Putin o alla Russia se non avesse rispettato le aspettative degli Stati Uniti. L’operazione “Spider Web”, avvenuta a una settimana da queste dichiarazioni, fa pensare che potesse essere parte di un piano di cui gli americani erano a conoscenza. Non c’è certezza, sono coincidenze, ma impressionanti”.

Zelensky ha dichiarato che l’operazione era in preparazione da tempo.

“Se, come dichiarato da Zelensky e dai servizi ucraini, il piano era in preparazione da almeno diciotto mesi, sorge la questione di come gli ucraini abbiano ottenuto immagini satellitari delle basi russe con i bombardieri allo scoperto. È indubbio che queste immagini siano state fornite dagli americani, probabilmente dalla precedente amministrazione Biden. Tuttavia, è improbabile che il nuovo establishment del Pentagono non abbia informato il nuovo Presidente di ciò che stava accadendo. Queste immagini, tra l’altro, sono scambiate anche con i russi in base alla clausola del trattato New START, sospeso nel 2023, ma che prevede comunque che i bombardieri strategici restino allo scoperto, regola rispettata sia da Stati Uniti che da Russia”.

Questo che ripercussioni può avere sulle relazioni tra Mosca e Washington?

“Questo crea ripercussioni rilevanti sulle aspettative dei negoziati e sui rapporti tra Stati Uniti e Russia. La telefonata tra Marco Rubio e Sergej Lavrov, probabilmente preceduta da contatti tra capi di stato maggiore della difesa, sembra un tentativo di rassicurare i russi che gli americani non c’entravano. La verità si vedrà dal tono della risposta russa”.

A tal proposito, cosa possiamo aspettarci dalla reazione russa?

“Come in ogni conflitto, a livello strategico esiste una matrice di obiettivi e possibili risposte, elaborata congiuntamente dal ministero della Difesa e dai servizi. Questa matrice include misure convenzionali e non convenzionali. Quelle non convenzionali non necessariamente comprendono l’opzione nucleare, che al momento sarebbe eccessiva e controproducente. È un’opzione all’esame, e ci sono gruppi ultranazionalisti in Russia che la vorrebbero, ma credo non sia praticabile, anche perché la Russia sta vincendo e ha tutte le carte in mano. Gli esiti del conflitto sono favorevoli per loro. Altre misure non convenzionali rientrano nell’universo della guerra ibrida, come i cyberattacchi, o risposte su altri fronti, anche contro Paesi ritenuti complici di questa operazione”.

Come il Regno Unito?

“È difficile credere che la Gran Bretagna non sia in qualche modo coinvolta. Le modalità di questa operazione, almeno nella sua concezione, probabilmente superano le capacità ucraine. Una matrice britannica è ipotizzabile, come lo è stata per l’operazione di Kursk. L’uso di team di sabotatori ucraini in territorio russo non è una novità, è in corso dal 2022-2023. Portare l’offesa in profondità in territorio russo è un’idea che ha origini esterne a Kiev, sia per la concezione che per le modalità operative. Anche i droni che hanno colpito Mosca negli ultimi mesi sembrano partire dal territorio russo, usando infrastrutture e sistemi di comunicazione civili russi, il che li rende difficili da individuare. Non c’è nulla di peculiare che li identifichi”.

Quindi c’è una “manina” esterna?

“Queste modalità aggressive e non convenzionali hanno una matrice esterna all’Ucraina, ma sono molto efficaci perché mettono in difficoltà, politicamente, la Russia, rispetto anche all’opinione pubblica e agli ultranazionalisti di Mosca. Questo incoraggia gli ultranazionalisti a chiedere risposte più decisive, spingendo i russi a voler concludere l’operazione militare il prima possibile, rendendoli ancora più irriducibili e compromettendo il processo negoziale, già in stallo, come dimostrano i memorandum inconciliabili presentati a Istanbul”.

Riguardo ai danni, inizialmente si parlava di 41 bombardieri distrutti, ma questa cifra è stata fortemente ridimensionata. Qual è la situazione reale?

“Secondo l’analisi del Battle Damage Assessment, basata su immagini satellitari disponibili sul mercato, i danni riguardano cinque Tupolev Tu-95, di cui uno completamente distrutto, due Tupolev Tu-22 e un Antonov An-22, probabilmente scambiato per un bombardiere. I droni, guidati con fibra ottica per evitare le contromisure elettroniche russe, hanno un carico bellico limitato. Operando in sciami, possono danneggiare un bombardiere, ma per distruggerlo completamente serve l’azione coordinata di più droni. L’operazione è stata ben congegnata e crea un precedente importante, perché espone anche gli Stati Uniti a rischi simili. Coprire i bombardieri con teli o usare falsi bersagli, come già fatto nella Seconda Guerra Mondiale, potrebbe essere una contromisura. Colpire in Siberia è significativo e scenografico, ma l’impatto rimane più politico che strategico”.

È davvero la Pearl Harbour russa?

“Paragonarlo a Pearl Harbor è esagerato: lì la flotta americana fu devastata, qui il danno è limitato. La perdita di una decina di bombardieri datati e fuori produzioni, alcuni con capacità nucleare ma usati con armi convenzionali a lungo raggio, non è un danno incommensurabile per la Russia”.