Il Gabinetto di Sicurezza d’Israele ha dato semaforo verde nella notte italiana al piano proposto dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo presiede in qualità di capo del governo, riguardante la possibile occupazione totale di Gaza.
Passa il piano Netanyahu su Gaza. I dubbi del capo dell’Idf
La mossa, approvata dal consesso costituito dai ministri centrali per le politiche strategiche (Difesa, Esteri, Giustizia, Finanze, Sicurezza Nazionale) a cui si aggiungono diversi altri titolari di dicasteri nel governo israeliano, segna una cesura netta tra la volontà dell’esecutivo, sostenuto dai “falchi” come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, e la posizione dell’Israel Defense Force, guidata dal capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che non ritiene l’occupazione un endgame sostenibile per la guerra di Tel Aviv nella Striscia.
Zamir, a capo dell’Idf dal febbraio scorso quando sostituì il predecessore Herzi Halevi, ha dichiarato nei giorni scorsi tutta la sua contrarietà all’occupazione permanente di Gaza. Il generale 59enne, nota il Times of Israel, avrebbe dichiarato ai suoi fedelissimi “occupare la Striscia trascinerebbe Israele in un buco nero” dato che Tel Aviv agirebbe “assumendosi la responsabilità di due milioni di palestinesi” e la manovra logorerebbe l’Idf “richiedendo un’operazione di bonifica lunga anni, esponendo i soldati alla guerriglia e, cosa più pericolosa, mettendo a repentaglio gli ostaggi”.
I rischi dell’operazione di occupazione di Gaza
Una valutazione che, come avevamo scritto, presenta più ombre che luci e riflette la postura strategica dell’Idf che, per quanto possa sembrare difficile affermarlo dopo ventidue mesi di guerra di Gaza, nella sua percezione è e dovrebbe restare orientata a un approccio sostanzialmente difensivo, almeno nella narrazione.
Le Idf e loro generali sono capaci di organizzare operazioni di proiezione, attacchi mirati e incursioni ma anche di coordinare, come successo con l’Iran a giugno, raid a lungo raggio e conflitti ad alta intensità mantenendo però una sostanziale narrazione: ogni manovra va compiuta per rimuovere delle minacce esistenziali alla sicurezza di Israele. E, ça va sans dire, è da ritenersi inaccettabile l’idea di crearne di nuove.
Nella guerra con Hamas, sul campo di battaglia, l’Idf sta provando a seguire questa narrazione. Nonostante oltre i due terzi della Striscia siano sotto il controllo di Israele, Zamir e i suoi non si azzardano a dichiarare alcuna forma di occupazione o, come vuole Netanyahu, a pensare a amministrazioni civili di stampo israeliano.
A loro modo, le Idf hanno necessità di tracciare un solco dopo che, a causa dell’ondata di indignazione sorta in Israele per gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 (sulle cui responsabilità, lato israeliano, permangono diverse zone d’ombra), le forze armate dello Stato Ebraico hanno seguito la linea della rappresaglia indiscriminata di Netanyahu e si sono macchiate, in quasi due anni di guerra, di gravissime responsabilità per i bombardamenti a tappeto, l’assedio totale e il blocco agli aiuti umanitari e ai rifornimenti a Gaza.
Riscattare l’Idf dopo Gaza
Per Zamir, opporsi al piano Netanyahu su Gaza serve anche a riscattare l’onore delle forze armate, a rimettere al centro la loro prospettiva strategica nella sicurezza israeliana, a rompere l’abbraccio mortale con l’ultradestra nazionalista, xenofoba e espansionista alleata di Netanyahu.
“Una cultura del disaccordo è parte integrante della storia del popolo di Israele; è una componente essenziale della cultura organizzativa delle Forze di difesa israeliane, sia internamente che esternamente”, ha dichiarato il generale nella giornata di giovedì. Su Netanyahu e i suoi ricadranno le responsabilità politiche se il piano-Gaza dovesse creare problemi. Ma a combattere e morire saranno sempre gli uomini dell’Idf, i cui vertici saranno chiamati, alla prova dei fatti, a rispondere al vincolo di fedeltà con il potere politico che li ha sempre contraddistinti. E che nell’ora della verità non hanno mai, nonostante il dissenso, fatto venire meno.
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