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Il prossimo 22 giugno, a Vienna, Sergei Ryabkov, vice ministro degli Esteri russo, e Marshall S. Billingslea, l’inviato speciale per il controllo degli armamenti del presidente degli Stati Uniti, discuteranno sulla possibilità di prolungare gli accordi Start sulla riduzione degli arsenali nucleari delle due potenze.

Lo Start, o New Start per differenziarlo da quelli precedenti, è stato siglato da Mosca e Washington l’8 aprile del 2010 ed è entrato in vigore, dopo l’approvazione dei rispettivi organi parlamentari, il 5 febbraio del 2011. L’accordo concedeva alle parti 7 anni per ridurre le loro forze nucleari e aveva una validità di 10 anni. In particolare limita Stati Uniti e Russia a possedere non più di 800 sistemi di lancio per missili balistici intercontinentali terrestri (Icbm) e missili balistici lanciati da sottomarini (Slbm) nonché bombardieri pesanti dispiegati. All’interno di quel totale, ciascuna parte non può detenere più di 700 tra Icbm, Slbm e bombardieri con capacità atomica effettivamente schierati. Il trattato limita anche ciascuna parte a non possedere più di 1550 testate disponibili.

Il New Start contiene definizioni dettagliate e regole di conteggio che permettono alle parti di calcolare il numero di testate secondo i limiti del trattato. Inoltre, qualsiasi vettore e le sua testata viene conteggiato nei limiti del trattato fino a quando non viene convertito o eliminato secondo le disposizioni descritte nel protocollo di intesa. Queste disposizioni sono molto meno impegnative rispetto a quelle del trattato Start iniziale e forniscono agli Stati Uniti e alla Russia una flessibilità molto maggiore nel determinare come ridurre le proprie forze per rispettare i limiti imposti.

L’accordo, così come il precedente, in forza dei regolamenti di sorveglianza e controllo dei limiti imposti, determina un buon livello di trasparenza della consistenza numerica e dell’attività dell’arsenale atomico delle parti in causa.

Come già detto la sua validità è decennale e ci stiamo avvicinando a grandi passi verso la sua scadenza, fissata al 5 febbraio del 2021, in un quadro strategico internazionale molto complesso che ricorda, per certe dinamiche, la contrapposizione in blocchi della Guerra Fredda se pur, oggi, con attori diversi.

Se ad oggi la firma di un nuovo accordo per la limitazione degli armamenti nucleari sembra molto meno scontata rispetto solamente a 5 anni fa, lo si deve a una serie di avvenimenti che hanno sostanzialmente cambiato gli equilibri strategici in campo internazionale ma che hanno tutti un’origine comune: il sorgere e l’affermarsi della potenza militare (e commerciale) cinese.

Un processo che non è avvenuto nel breve periodo, e che è stato attentamente studiato dalle diplomazie di Russia e Stati Uniti, ma che solo nell’ultimo lustro ne ha visto i frutti: se dal punto di vista commerciale la Nuova Via della Seta è praticamente una realtà, dal punto di vista militare la corsa agli armamenti della Cina le ha permesso da un lato di modificare la propria postura strategica uscendo da quella che è l’ottica regionale stretta (il controllo dei mari limitrofi), e dall’altro di diventare maggiormente aggressiva proprio nel suo circondario per cercare di creare una propria sfera di influenza, concetto geopolitico che è forse stato frettolosamente archiviato da alcuni analisti.

La spinta cinese verso delle Forze Armate moderne e meglio armate, comprese quelle nucleari, ha provocato da parte americana l’abbandono di trattati ereditati dalla Guerra Fredda come quello sulle forze missilistiche a raggio intermedio (l’Inf) e l’Open Skies. La scelta è stato un passaggio obbligato per l’amministrazione Trump in quanto la Cina non aderiva a quegli accordi e non ha mai desiderato aderirvi, pertanto per poter essere efficaci nel contrasto all’espansione cinese e al contenimento della minaccia, l’unica strada per Washington è stata quella di stracciarli.

In questo Mosca, nonostante fondamentalmente condivida le stesse preoccupazioni americane riguardanti il suo scomodo alleato e vicino di casa, ha avuto gioco facile nell’imbastire una propaganda politica anti-Usa da opporre alla narrazione occidentale sull’annessione della Crimea e sulla legittimazione delle istanze di allargamento della Nato che ne è derivata: gli Stati Uniti diventano così gli unici responsabili dell’instabilità globale per via del ritiro dai trattati internazionali oltre che per l’espansione dell’Alleanza Atlantica verso i suoi confini.

Gli ultimi due anni, in particolare, hanno visto un vero e proprio sconvolgimento di quello che è stato l’assetto strategico degli Stati Uniti proprio per la motivazione appena esposta: nei vari documenti editi dalla Casa Bianca, come la Nuclear Posture Review o la National Defense Strategy, si sono recuperati concetti e linguaggi tipici di un passato che si considerava concluso.

A titolo d’esempio riportiamo quando scritto proprio nella National Defense Strategy pubblicata il 19 gennaio 2018 in cui si legge che “la Cina è un antagonista strategico che si avvale di un’economia predatoria per intimorire i Paesi vicini, mentre procede alla militarizzazione degli insediamenti nel Mar Cinese Meridionale. La Russia ha violato i territori di nazioni confinanti e intende imporre un diritto di veto sulle decisioni dei Paesi limitrofi in materia di economia, sicurezza e diplomazia”. 

Dal mero punto di vista militare, invece, la Nuclear Posture Review ripesca dal passato, attualizzandole, le testate nucleare a basso potenziale – considerate armi tattiche durante la Guerra Fredda – prevedendone un impiego strategico, con tutti i rischi connessi che abbiamo già avuto modo di esaminare. Senza dimenticare l’accelerazione sul programma Prompt Global Strike per un sistema rapido di attacco globale convenzionale di precisione che potenzialmente potrebbe essere destabilizzante pur non avendo le caratteristiche dell’arma nucleare strategica.

Da parte russa la reazione è stata sostanzialmente quella di migliorare le proprie capacità di deterrenza con la creazione di nuovi armamenti che in alcune occasioni hanno violato i trattati o che semplicemente non ne erano compresi. Il missile da crociera Ssc-8 (o 9M729) che è stato il pretesto per l’abbandono degli Usa dal trattato Inf, i nuovi sistemi ipersonici con possibilità nucleare, il missile da crociera Burevestnik, le testate ipersoniche tipo Avangard senza dimenticare il nuovo supersiluro atomico Poseidon (già Status 6) sono tutti sistemi che sono esclusi dal trattato Start perchè di nuova concezione e che sono nati proprio per fronteggiare il mutato assetto della strategia nucleare americana.

Com’è naturale nuovi mezzi richiedono nuove dottrine di impiego, a Mosca proprio di recente ha cambiato la propria postura sull’utilizzo delle forze nucleari strategiche dichiarando che, sostanzialmente, prevederà la possibilità di un primo colpo atomico qualora la minaccia all’esistenza della Russia o al suo sistema di difesa venga messa in atto con sistemi convenzionali, anche aprendo, quindi, alla possibilità di utilizzare armi nucleari in caso di cyber attacco fortemente invalidante.

È probabile che quest’ultima decisione di Mosca sia un modo per alzare la posta in gioco e costringere al tavolo delle trattative Start gli Stati Uniti, che si sono dimostrati poco inclini a ratificare un nuovo accordo che non include anche la Cina, la quale ha fatto sapere, proprio contestualmente alla notizia dell’incontro di Vienna, che non intende affatto parteciparvi in quanto la politica di Pechino non prevede che la Cina rientri in un nuovo accordo sugli armamenti atomici.

Del resto Pechino, che ha un arsenale molto limitato in confronto a quello russo o statunitense (circa 290 testate e 180 vettori), rifiuta la possibilità che un nuovo trattato possa codificare questo status quo, cristallizzando così questa enorme disparità: per il Politburo cinese sono gli Stati Uniti e la Russia, potenze nucleari col più grande arsenale di questo tipo del mondo, che devono prendere i necessari provvedimenti per il disarmo nucleare, non la Cina.

I colloqui tra Mosca e Washington in vista della scadenza dello Start però non si sono mai interrotti, nonostante le rispettive diffidenze e recriminazioni: a maggio si sono tenuti i contatti preliminari proprio in vista del vertice di Vienna e gli Stati Uniti hanno fatto sapere che intendono restare impegnati nella politica di controllo degli armamenti nucleari.

Oltre Atlantico, negli ambienti del Congresso, il dibattito è ancora aperto e si divide tra chi sostiene che sia auspicabile il prolungamento di questo Start (ancora solo tra Usa e Russia) e chi no. Da un lato infatti si ritiene che una dilazione permetterà di guadagnare tempo per discutere meglio con la Russia delle limitazioni sui nuovi sistemi d’arma visti sino qui (la maggior parte dei quali non sarà pienamente operativa prima della fine di questa decade) e soprattutto si pensa che così facendo si riesca a negoziare un futuro nuovo accordo trilaterale con la Cina, dall’altro c’è chi sostiene che il trattato così com’è ora serva più agli interessi russi rispetto a quelli americani in quanto permette lo sviluppo di nuove armi nucleari non espressamente proibite, e pertanto sia più opportuno uscirne, oltre ovviamente alla già ben enucleata questione dell’assenza della Cina, che col suo arsenale missilistico e atomico rappresenta una minaccia per gli interessi americani.

Washington insomma, al contrario di Mosca, si trova davanti a un dilemma ed il tempo non gioca a favore dell’amministrazione Trump, che ha dimostrato nel recente passato di essere in grado di prendere decisioni forti anche in modo inaspettato. Con queste premesse però, possiamo ipotizzare che sarà molto difficile, ma non impossibile, che venga presa la decisione di ratificare un nuovo accordo bilaterale, quindi senza la Cina, e di conseguenza nell’immediato futuro assisteremo ad una nuova escalation nucleare che a ben vedere è già in atto con la progettazione di nuovi sistemi a raggio medio e intermedio (balistici o da crociera). Se c’è una cosa che abbiamo imparato, però, è che questo presidente è in grado di prendere decisioni dell’ultimo momento che sovvertono ogni logica previsione.

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